Tasse

Tasse: vatti a fidare di questo Stato

L’ultima trappola ha colpito le polizze vita: ennesimo caso di un Paese che non rispetta i patti con i contribuenti. Già violati per almeno 450 volte

Credits: Imagoeconomica

La trappola sulle assicurazioni era nascosta fra le righe del decreto pubblicato sulla Gazzetta ufficiale ed è scattata micidiale e improvvisa. In altre parole, ha infranto tutti i principi fondamentali della legge 212 del 27 luglio 2000 chiamata Statuto dei diritti dei contribuenti: certezza, trasparenza, validità solo per il futuro e mai nuove imposte introdotte per decreto. Non è la prima volta, ci sono state finora ben 450 violazioni, e non sarà l’ultima. Una terribile insidia emerge anche dalla «clausola di salvaguardia»: il governo si riserva la possibilità di aumentare gli acconti dell’Ires e dell’Irap a novembre. Il piatto piange e c’è il rischio di dover anticipare l’intera imposta sul reddito per il 2014. Se è così, tira una brutta aria, nonostante i segnali tranquillizzanti sulla ripresa; e sotto lo spettro dell’emergenza si moltiplicano le tagliole per i contribuenti.

Tutti gli escamotage che rendono il fisco nemico in Italia più che in ogni altro paese vengono applicati anche questa volta con perversa tenacia, rompendo in modo sistematico il patto fondamentale con i cittadini basato sulla fiducia. Proprio come sulle polizze vita e infortuni. La detraibilità fino a 1.291,14 euro viene dimezzata quest’anno, per ridursi a 214 euro nel 2014. Di fatto è un aumento dell’imposta sui redditi. E oltre al vulnus c’è la malafede. Perché i 6 milioni e passa di italiani che hanno sottoscritto i contratti a lunga scadenza non hanno vie d’uscita: a nessuno conviene romperli per non pagare penali e non perdere i vantaggi. Anziché premiarli perché in qualche modo alleggeriscono la pressione sullo stato sociale, i risparmiatori sono trattati come mucche da mungere.

È un colpo duro e addirittura retroattivo, clausola esplicitamente proibita dall’articolo 3 dello statuto e anch’essa sistematicamente ignorata. Il decreto salva Italia del 2011 ha fatto passare ben 5,5 miliardi di imposte che valevano anche per il passato. Un caso clamoroso riguarda il redditometro: la norma vale dal 2009, sfidando non solo il principio di equità ma il buon senso. Del tutto illegale sarebbe anche l’aumento dell’Irpef sulla seconda casa sfitta: prima entra nel decreto (per di più retroattivo di 8 mesi), poi esce, ma tutti sanno che rispunterà con la legge di stabilità. Un altro arbitrio del sovrano, secondo l’economista ed ex senatore Nicola Rossi, che lo scorso anno ha curato per l’Istituto Bruno Leoni un libro intitolato proprio Sudditi per denunciare l’arroganza del Leviatano.

Responsabilità, controllo dei cittadini? Balle. Le norme non vengono rispettate, le eccezioni sono diventate regole, lo ha ammesso anche Vittorio Grilli poco prima di lasciare la poltrona al Tesoro che fu di Quintino Sella. Dietrofront improvvisi, confusione e incertezza tributaria, opacità, norme che spuntano dall’ombra di decreti omnibus sono troppo frequenti per dubitare che siano mezzucci usati allo scopo esplicito di calare una cortina impenetrabile tra lo Stato e i contribuenti.

Prendiamo l’Imu: non si sa che cosa accadrà alla seconda rata sulla prima casa, quella di dicembre. Il governo ha deciso che non verrà pagata, però non ha indicato con esattezza le coperture. Intanto arrivano annunci contraddittori sul nuovo meccanismo chiamato service tax. Ma è davvero una tassa di scopo, che si paga in funzione dei servizi resi, quasi fosse una tariffa? Nient’affatto. Per ora ci sono solo ipotesi, tuttavia sembra trattarsi di imposte diverse. La Tari è la tassa sui rifiuti e prende il posto della Tarsu o della Tia (introdotta dal governo Monti ma ancora poco applicata); essa dipende dalla superficie dell’immobile, dal nucleo familiare, dalla natura della produzione per le imprese. Poi c’è la Tasi, l’imposta sui servizi indivisibili (illuminazione, decoro urbano, vigilanza, infrastrutture) che ricade sia sui proprietari sia sugli inquilini. Ma qual è il suo punto di riferimento, il valore catastale o la superficie dell’immobile? A scegliere saranno le amministrazioni locali. Se usassero lo stesso criterio dell’Imu, allora l’imposta sulla prima casa cambierebbe soltanto nome.

Rientra così dalla finestra la patrimoniale, «una bugia dalle gambe corte» la chiamava Luigi Einaudi, perché è «una imposta che, gira e rigira, non è sensata se non è pagata con il reddito», il che finisce per avere un impatto recessivo. Anche il danno, oltre la beffa.

Siamo in presenza di una «tassazione senza motivazione» secondo Antonio Pedone, accademico dei Lincei, professore emerito di scienza delle finanze. In Italia è questa la norma: si varano imposte senza spiegarne lo scopo, spesso senza calcolarne i risultati, il più delle volte provocando scossoni inutili quanto pericolosi. Come con la Tobin tax applicata non solo alle azioni ma anche ai derivati e al trading ad alta frequenza: caso unico in Europa e nel mondo, che ha immediatamente messo in moto effetti negativi.

Lo Stato, d’altra parte, ha già sancito la sua eccezionalità tassando i buoni del Tesoro meno delle altre attività. Un’emergenza (bisogna pur far fronte a 2 mila miliardi di debito) che legittima un’ennesima deroga. Iniquo, inefficiente, esoso: così gli italiani definiscono il fisco, in base a una indagine del Censis. Dopo il decreto legge n.102, già in vigore, non cambieranno certo idea.

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