Tasse

Teniamoci la Tasi e rilanciamo il lavoro

Due semplici proposte su come evitare l’abolizione dell’imposta sulla casa, utilizzando il suo gettito per politiche di occupazione

Abitazioni

– Credits: Imagoeconomica

Sono settimane ormai che su tutti i media rimbalza l’annuncio del presidente del Consiglio Matteo Renzi riguardante l’abolizione della Tasi sulla prima casa, insieme anche all’Imu agricola e a quella sui capannoni.

Un argomento che, se ci fosse ancora bisogno di una prova concreta, dimostra di avere un effetto di richiamo sull’opinione pubblica decisamente molto forte. Sembra infatti che l’idea di poter evitare di pagare tasse sulla propria abitazione sia diventata una convinzione diffusa in larga parte della popolazione del nostro Paese.

“Eppure – fa notare Massimo Bordignon, economista dell’Università Cattolica di Milano – la tassazione sulla casa, è bene ricordarlo, è una parte rilevante dell’imposizione fiscale di tutti i Paesi del mondo”.

Tra l’altro, fa notare sempre Bordignon, ci sono realtà come Regno Unito e Stati Uniti, dove “il livello delle aliquote è addirittura fino a cinque volte superiore a quello italiano”.

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Perché dunque i cittadini del nostro Paese sembrano volersi sottrarre a questa prassi, che accomuna soprattutto le grandi democrazie occidentali?

“In effetti è una domanda a cui è difficile dare una risposta univoca – dice Bordignon -. In realtà ci sono più concause. Negli ultimi anni alcune campagne elettorali si sono decise proprio sulla base di annunci legati alla tassazione sulla casa, insinuando l’idea che la prima abitazione sia un bene primario e che dunque debba essere libero da imposizione tributaria. Ma, mi permetto di osservare che il pane è un bene ancora più essenziale, eppure anch’esso viene tassato”.

Un altro elemento che favorisce l’insofferenza verso le imposte immobiliari e il fatto che esse spesso rispondono a meccanismi distorsivi. “Basti pensare che a causa di un catasto vecchio e che andrebbe profondamente riformato, proprietari di case in periferia a volte pagano di più di quelli del centro” sottolinea Bordignon.

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Che poi aggiunge: “Inoltre, bisogna rilevare che generalmente la proprietà viene tassata o all’atto del suo realizzo, cioè all’inizio, o per il suo possesso, cioè dopo. In Italia invece persistono forme di imposizioni fiscali sulle abitazioni, sia quando esse vengono acquistate, sia quando vengono poi utilizzate. E anche questo è un punto che certamente ingenera non poco malessere“. Eppure, tenendo conto di tutte queste considerazioni, il professor Bordignon, insieme ai colleghi Simone Pellegrino e Gilberto Turati, ha proposto sul sito Lavoce.info, un paio di ipotesi che potrebbero evitare l’abolizione in toto della Tasi, facendo ricadere il suo peso maggiore sulle fasce di popolazione più benestanti.

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Numeri alla mano, i tre economisti hanno ad esempio dimostrato che, imponendo un’aliquota della Tasi al tre per mille e prevedendo una detrazione fissa di 200 euro, ben il 50% delle famiglie, in particolare quelle più povere, non pagherebbe e si avrebbe un gettito di solo un miliardo inferiore a quello attuale, stimabile in circa 3,3 miliardi di euro. Un’altra soluzione invece, ancora più leggera, prevederebbe un gettito inferiore di due miliardi. In questo caso, basterebbe imporre un’aliquota dell’1,6 per mille e prevedere una detrazione fissa iniziale di soli 100 euro.

Il tutto, fanno notare i tre autori, avrebbe il vantaggio di poter dirottare queste risorse verso il mondo del lavoro, ripristinando ad esempio la decontribuzione per i nuovi assunti con i contratti a tempo indeterminato che scade proprio quest’anno.

Vedremo dunque se il premier Renzi vorrà tenere conto di questi rilievi, oppure continuare a puntare sull’abolizione totale della Tasi.

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