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Stop al fisco: un professionista può lavorare gratis per amici e parenti

Una sentenza delle Cassazione respinge le pretese dell’erario che per prestazioni svolte gratuitamente aveva comunque supposto l’esistenza di compensi

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– Credits: Imagoeconomica

A determinate condizioni, un professionista può anche decidere di prestare gratuitamente la propria opera a parenti e amici e il fisco non può pensare di fargli pagare le tasse su tali lavori supponendo che egli abbia comunque percepito una remunerazione. È questa la sostanza di una sentenza della Cassazione che ha risolto un contenzioso che si era aperto nel lontano 2005 per redditi che facevano riferimento addirittura al 2001. Con i ben noti tempi della giustizia amministrativa, si fa dunque chiarezza su una questione che può riguardare da vicino decine di migliaia di liberi professionisti che per svariate ragioni possono decidere di non farsi pagare per prestazioni offerte a propri conoscenti.

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Il caso che ha permesso di offrire queste significative delucidazioni, ha inizio quando appunto nel 2005 l’ufficio fiscale di competenza territoriale decide di avviare un accertamento relativo, come già ricordato, a redditi del 2001, chiedendo imposte, sanzioni e interessi, in quanto un professionista, esercente l'attività di consulente fiscale, non aveva emesso fatture a 72 clienti per prestazioni che effettuate gratuitamente. Dopo un primo passaggio giudiziale che aveva visto primeggiare le ragioni del fisco, il contribuente in questione decide di ricorrere in appello presso la Commissione tributaria regionale della Campania che invece decide di dargli ragione. E lo fa sulla base di considerazioni che tengono conto sia di rapporti parentali e amicali, sia di collaborazioni professionali intercorrenti con i 72 clienti tirati in ballo. Si appura infatti che, non solo i citati 72 clienti in questione risultano tutti parenti e amici del professionista, ma ben il 70% di loro è socio di aziende la cui contabilità è tenuta regolarmente dallo stesso consulente fiscale.

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Con la conseguenza immediata che, l’attività svolta per costoro a titolo personale, potrebbe rientrare in quella già corrisposta alla società di appartenenza. E come se già non bastassero queste ragioni, a rendere ancora più plausibile il comportamento del professionista c’è il fatto che l’attività svolta riguardava solo l’invio telematico delle dichiarazioni dei redditi ed era, secondo il consulente, finalizzata ad acquisire nuova clientela. Un quadro ragionevole di motivazioni, che però non hanno convinto il fisco, che ha deciso di ricorrere in Cassazione. In questi giorni è arrivata però l’ennesima conferma della correttezza della posizione del consulente, che, come detto, ha incassato l’ok, questa volta definitivo, della Suprema Corte, che in questo modo ha segnato anche uno stop definitivo alle pretese del fisco.

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I giudici con l’ermellino in sostanza hanno accolto in pieno la tesi elaborata dai giudici tributari di appello, sostenendo la plausibilità della gratuità dell'opera svolta dal professionista “in considerazione dei rapporti di clientela e di amicizia con gli stessi clienti, nonché del fatto che il 70% di tali soggetti risultano soci di società di persone, la cui contabilità è affidata alle cure del contribuente, per cui ogni eventuale compenso rientra in quello corrisposto dalla società di appartenenza e della circostanza, accertata oltre che pacifica, che l'attività svolta in loro favore riguardava soltanto l'invio telematico delle dichiarazioni dei redditi ed era finalizzata all'incremento della clientela, cosicché la semplicità della prestazione in sé rende verosimile l'assunto del contribuente circa la sua gratuità”. Gergo giuridico, ma parole chiare, che mettono la parola fine a una vicenda durata più di dieci anni e che possono rappresentare un appiglio valido per altri professionisti che in futuro volessero svolgere attività gratuita per amici e parenti, senza che il fisco inventi per loro compensi inesistenti.

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