Tasse

C'era una volta la spending review: taglio dei costi o nuove assunzioni?

Mentre predica il taglio dei costi, il governo riapre le assunzioni negli enti locali. Spesso i rimedi sono peggiori del male

Carlo Cottarelli, commissario alla spending review – Credits: GettyImages

di Luca Antonini, presidente Commissione paritetica per l’attuazione del federalismo fiscale

L’ultimo decreto legge del governo (salvo sorprese) ha sostanzialmente riaperto le porte, dopo anni di rigore, alle assunzioni negli enti locali. L’obiettivo è abrogare le norme (sostituite da un blandissimo onere di graduale riduzione) che da qualche anno le bloccavano nei comuni che, incluse le loro partecipate, avevano un rapporto tra spesa corrente e spesa del personale superiore al 50 per cento. Certo, quelle norme qualche problema l’avevano creato: per esempio Torino, le cui partecipate servono un’area molto più ampia di quella del comune stesso, era stata irragionevolmente penalizzata.

Ma il rimedio sembra peggiore del male, perché rischia di aprire una nuova falla nel mare magnum delle partecipate, proprio mentre il commissario alla spending review Carlo Cottarelli dovrebbe approntare un piano straordinario per razionalizzare questa che ormai è la più eclatante degenerazione del mondo delle autonomie locali. Le partecipate, infatti, negli ultimi anni si sono sviluppate in modo infestante, generando costosissimi poltronifici che spesso agiscono con risorse pubbliche in settori che nulla hanno a che fare con i servizi essenziali (società di consulenza, ipermercati) con concorrenza sleale verso gli imprenditori privati. Dal punto di vista quantitativo le dimensioni del fenomeno appaiono chiare dal Rapporto del ministero dell’Economia (dicembre 2013), che peraltro si fonda su dati limitati al 2011 e deficitari perché molti comuni non hanno fornito notizie.

Pur nella sua incompletezza, il rapporto ha censito circa 7.300 società (!) e individuato oltre 30.100 (!) legami societari (di cui 24.500 partecipazioni dirette e 5.500 indirette) delle amministrazioni pubbliche. Il tutto con perdite di esercizio di miliardi di euro. Al riguardo è emblematico un focus sul Comune di Roma: Atac, la società di trasporti capitolini ha 11.800 dipendenti (di questi solo 5.900 sono autisti e la società, che ha accumulato in dieci anni perdite per oltre 1 miliardo, esternalizza vigilanza, pulizie e riparazioni). Ama, che gestisce il servizio raccolta rifiuti, ne conta 7.800. E Acea, la società che si occupa di acqua ed energia, 7 mila dipendenti.

Ma i dati non si fermano qui: Acea, per esempio, addirittura conta oltre 150 tra società collegate e controllate. Nell’insieme i numeri del personale delle tre società probabilmente superano le 30 mila unità, cui si devono aggiungere i 24.082 dipendenti del Comune di Roma. Di fronte a questa situazione pensare che le tre società capitoline potranno tutto sommato riprendere ad assumere lascia frastornati, se si considera che il personale di tutti i comuni del Veneto (581) messi insieme non supera i 27 mila dipendenti.

Sorge spontaneo chiedersi perché non si sia utilizzato il criterio del rispetto dei famosi fabbisogni standard (ormai disponibili per tutte le funzioni fondamentali dei comuni) per stabilire chi avesse o meno la possibilità di riaprire le assunzioni. Se si fosse utilizzato quel criterio (e meno male che sembra sia stato finalmente accolto il suggerimento di chi scrive d’inserire i fabbisogni standard nella riforma costituzionale), la maggior parte dei comuni veneti avrebbe potuto senz’altro assumere, mentre nella Capitale l’obbligo di dieta sarebbe giustamente continuato. L’utilizzo di criteri poco razionali per ridurre o consentire la spesa ha fatto danni. Gli enti territoriali, infatti, sono stati martoriati da diversi anni di tagli lineari che spesso non hanno centrato l’obiettivo, scacciando la spesa buona (servizi e investimenti) e mantenendo quella cattiva (le partecipate).

Nel 2009 la spesa pubblica italiana ammontava a 798 miliardi di euro, oggi si assesta a 799 miliardi, dopo manovre per circa 67 miliardi di tagli. Se l’effetto dei tagli è stato quello di limitare in parte dimensione e crescita della spesa corrente, il grave è che oggi, rispetto al 2009, ci troviamo con ben 20 miliardi di spesa di investimento in meno. Sono questi i risultati dell’ostinazione sui tagli lineari, peraltro ora nuovamente riproposti (decreto Irpef) in forma permanente sugli enti territoriali per un ulteriore miliardo e mezzo, nonostante la sentenza 193/2012 con cui la Consulta li aveva giustamente ammessi solo se temporanei, cassando dal 2015 (e in quell’anno esploderà la bomba ad orologeria che la Consulta ha innescato sui conti pubblici) i tagli lineari di un’intera manovra. Se quindi la spending review procede all’italiana su diversi fronti, sembra invece indovinata la prospettiva di ridimensionare il numero delle stazioni appaltanti.

L’Italia, infatti, con 32 mila stazioni appaltanti rappresenta un unicum nel panorama internazionale (in Francia non superano il centinaio). Ridurle drasticamente potenziando i ruoli di Consip e delle centrali acquisti regionali e locali è, quindi, una prospettiva che (assieme alla buona idea dei prezzi standard per beni e servizi) potrebbe ridare efficienza a un sistema dove l’eccessiva frammentazione e disomogeneità alimenta anche fenomeni perversi. Tuttavia qualche sbavatura non manca anche in questo caso: perché possono indire gare, così si prevede, solo i comuni capoluogo e le unioni di comuni? Un comune come Padova ha una capacità operativa certo più ampia di un’unione di tre comuni da 2 mila abitanti, ma rischia di rimanere bloccato. Mysteria legis.

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