Tasse

Il caso Bosch: quelle tasse che l’Agenzia delle Entrate non vuole restituire

La multinazionale tedesca viene accusata di evasione fiscale. Per sottrarsi al contenzioso tributario, paga subito 300 milioni di euro. Poi il Tribunale di Milano la assolve da ogni accusa. Ma quei soldi...

Una delle sedi di Bosch – Credits: GettyImages

La Procura della repubblica di Milano ha deciso di non impugnare la sentenza con cui il giudice dell’udienza preliminare, dottor Gennari, ha prosciolto i vertici della Bosch da un’accusa di evasione fiscale, in cui si contestavano miliardi di euro sottratti al fisco italiano nell’ultimo decennio. "Il fatto non sussiste" ha sentenziato il giudice il 12 febbraio scorso, non c’è stata alcuna evasione fiscale, le tasse sono state regolarmente pagate in Germania. La sentenza è divenuta irrevocabile.

Due anni prima, nel dicembre 2012, l’Agenzia delle entrate, che ha dato origine al procedimento penale, ha incassato oltre 300 milioni di euro, attraverso un versamento "spontaneo" della multinazionale tedesca, che pur di definire immediatamente la contestazione ha pagato per sottrarsi al contenzioso tributario. Accertata nel procedimento penale milanese l’insussistenza del fatto illecito all’origine della contestazione tributaria, l’Agenzia delle entrate italiana restituirà i 300 milioni di euro versati? No.

Pur avendo un giudice italiano stabilito che la società tedesca ha già nel tempo regolarmente e puntualmente pagato ogni tassa nel proprio paese, e parliamo di centinaia di milioni all’anno, l’autorità fiscale italiana, in omaggio all’Europa unita, non riconosce l’imposta versata in Germania, per cui trattiene i 300 milioni ricevuti a Natale del 2012. Sarà una lunga e costosa procedura arbitrale internazionale a definire la questione.
Per ora e per molti anni a venire, Bosch ha la certezza di avere pagato due volte le tasse per lo stesso reddito prodotto in Germania (alla medesima aliquota del 44 per cento circa). Una prima volta in Germania anno per anno, e una seconda volta in Italia "spontaneamente", guarda caso a seguito di una contestazione che prospettava scenari apocalittici.

Chiediamoci: la società tedesca che agisce pressoché senza scopo di lucro e che nell’ultimo quinquennio ha devoluto oltre 1 miliardo di euro in opere benefiche in tutto il mondo, avrà ancora la stessa voglia di investire e creare posti di lavoro in Italia? Forse l’Agenzia delle entrate all’indomani della sentenza del giudice milanese ha trattenuto a titolo di beneficenza natalizia i 300 milioni ricevuti nel dicembre 2012? In quanti sarebbero sopravvissuti a una sciagura economica del genere? Quante tra le piccole e medie imprese nel corso degli anni sono defunte per una pressione fiscale e per vicende analoghe? Non esistono dati e riscontri in proposito, come non esiste un saldo tra il reddito venuto meno per la fine (o migrazione all’estero) di imprese inaridite dal fisco e il gettito coattivamente recuperato dallo Stato italiano. Si corre il miope rischio, come nel caso Bosch, di perdere un valido contribuente, con decine di migliaia di posti di lavoro, nel tentativo di incassare imposte dal dubbio fondamento giuridico e ai limiti della violenza morale.
Perché mai un’impresa capace di fare ricerca e generare migliaia di posti di lavoro dovrebbe produrre e rimanere in Italia, correndo simili rischi, con un cuneo fiscale da record, flessibilità del mercato del lavoro inesistente e pressione fiscale alle stelle?

Le multinazionali osservano la semplice regola del budget, ogni scelta deve sempre essere frutto di una previsione, di comparazioni tra costi e benefici. Una vera e propria religione, verrebbe da dire "quod non est in budget non est in mundo" e in buona sostanza è così. Non si può prevedere solo ciò che non si può conoscere, e dunque non si può operare in mercati che non si conoscono a fondo.

Dunque l’indice italiano di attrazione dell’investimento estero si misura con la capacità per la politica di dare certezze. Rendere certi e conoscibili i criteri decisionali estranei al core business (per esempio giustizia, fisco e sindacati). Tanto più trasparenti e uniformi sono queste decisioni tanto più il mercato diventa valido e appetibile.

Proviamo a comprendere lo stato d’animo di un industriale straniero di fronte alla giustizia italiana, alla possibilità di subire forti perdite per lungaggini giudiziarie, o finire in galera per una interpretazione fiscale nuova e non condivisa (per esempio Bosch, Google, Apple), o essere condannati per omicidio senza avere mai messo piede sulla scena del crimine (caso Thyssen). Esistono purtroppo leggi italiane che consentono queste illogiche conseguenze e magistrati che applicano quelle leggi non curandosi delle ricadute.
Provi infine il nostro presidente del Consiglio Matteo Renzi, che è già giustamente intervenuto per annunciare una radicale semplificazione della legislazione fiscale e la prossima abolizione dell’abuso di diritto, ad attirare i capitali stranieri.

Il presidente Renzi potrà in questo contesto raccontare, per esempio agli amici investitori tedeschi, che ove mai avessero un problema tributario in Italia, anche solo interpretativo, saranno giudicati esattamente come i cittadini italiani: da giudici che dipendono dallo stesso datore di lavoro dei colleghi dell’Agenzia delle entrate, cioè dal ministero dell’Economia, che per definizione incassa le tasse e quindi ha interesse a incassarne sempre di più. L’arbitro veste la stessa maglia di una delle due squadre.

I giudici tributari italiani, specie veramente peculiare, che non trova eguali in altri stati moderni: "volontari per concorso", pagati a cottimo ben 20 euro per sentenza, anche quando decidono su milioni di euro di tasse, e dunque costretti ad avere un secondo o terzo lavoro, non sempre nel campo del diritto o nelle professioni giuridiche.
Anche questo aspetto della nostra giustizia andrebbe urgentemente rivisto e di certo non incentiva e rassicura avventori e creatori di posti di lavoro.Ma per favore.... tutto ciò non lo diciamo in Europa.

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