Tasse

Agenzia delle entrate: ormai in azienda chi decide è il fisco

Roberto Canazza, imprenditore veneto, da quasi tre anni è finito nel tritacarne dell’Agenzia delle entrate. E la sua sfida diventa un simbolo.

Credits: foto di Alberto Bevilacqua per Panorama

Di solito si comincia con una visita della Guardia di finanza, cordiale e accomodante. Seguono nuove e più lunghe perquisizioni, fino a quando le contestazioni mosse da parte dell’Agenzia delle entrate portano a tirare un incosciente sospiro di sollievo: «Se le presunte irregolarità che ci addebitano sono queste, non abbiamo niente da temere. La chiuderemo in fretta».

Peccato che invece proprio a quel punto inizi una lunghissima spirale: richieste di integrazione, altre ispezioni, esposti, deduzioni, controdeduzioni. Udienze e telefonate dove il confine tra il dimostrabile e l’indimostrabile si assottiglia fino a sparire. Tonnellate di documenti prodotti, centinaia di ore di lavoro perse. Senza contare l’«iscrizione provvisoria in pendenza di giudizio», cioè l’obbligo di versare il 50 per cento delle somme contestate prima ancora di essere riconosciuti colpevoli in primo grado. «Un lusso per molte imprese, di questi tempi» commenta, seduto nel suo ufficio zeppo di documenti contabili, Roberto Canazza.

Siamo nello stabilimento di Albaredo d’Adige (Verona) dove la Camon spa, di cui è amministratore unico, produce e commercializza gadget per animali domestici. Ossi di gomma, cucce e paperelle, assieme a dignità e conti in ordine, tengono lontane la rabbia e l’esasperazione che da queste parti, nel Veneto ex locomotiva d’Italia sempre più arrancante, hanno trasformato il fisco italiano nel bersaglio perfetto.

Ma, come accade nel 60 per cento dei casi, la battaglia ingaggiata da Canazza contro traversie burocratiche e amministrative che stenderebbero anche Kafka ha un lieto fine, anche se parziale: il 20 novembre, in primo grado, la Commissione tributaria di Verona ha accolto il suo ricorso contro l’Agenzia delle entrate, relativo alla prima tranche di importi che è accusato di avere nascosto all’erario nel 2005. «Quasi tre anni dalla prima ispezione alla sentenza» dice con un sorriso amaro «e so che devo pure ritenermi fortunato». Restano in piedi altre tre contestazioni per gli anni 2006, 2007 e 2008 che saranno discusse da qui al 2013 inoltrato: Canazza è ottimista perché, sostiene, quei provvedimenti ancora sotto esame sono identici a quello che è stato appena bocciato.

L’Agenzia delle entrate, interpellata da Panorama, non vuole commentare la vicenda nel dettaglio, ma riafferma la bontà del suo operato, sottolineando che le contestazioni sono state mosse sulla base di quanto accertato dalla Finanza e non dall’Agenzia stessa, presso la quale anzi Camon avrebbe presentato richiesta di concordato.

L’iter giudiziario farà il suo corso e non sta a noi decidere chi ha ragione. Una cosa però è certa, visti i tempi della giustizia civile italiana: Canazza resterà a lungo un presunto evasore fiscale, anche se alla fine dovesse essere ritenuto innocente come si professa. «Questa è la cosa che mi fa imbufalire di più» sospira, con l’accento nordestino che si fa più marcato a ogni passo del suo racconto.

Tutto comincia il 5 marzo 2010, quando una pattuglia della Guardia di finanza di Verona si presenta ai cancelli dell’azienda. «Per noi era la prima volta in 25 anni» ricorda «e lì per lì non ci siamo preoccupati». Anche perché, come risulta dal verbale firmato più tardi, dall’ispezione delle Fiamme gialle «non sono emersi dati di interesse».

Nelle settimane successive le operazioni proseguono, concentrandosi sui bilanci della Camon compresi tra 2005 e 2009 e in particolare sugli acquisti effettuati all’estero. Tecnicamente quello che viene contestato a Canazza è una «illecita deduzione presso aree in black list»: un meccanismo piuttosto diffuso attraverso il quale, manipolando i prezzi d’acquisto tra una società italiana e una estera, si accumula un tesoretto spostando acquisti fittizi nei Paesi dove è più conveniente dal punto di vista fiscale.

Tra questi ci sono le Isole Vergini e Hong Kong, dove hanno sede alcuni dei fornitori della Camon. L’Agenzia delle entrate ritiene che quelle operazioni di compravendita nascondano altro. Canazza risponde con centinaia di fatture, bolle doganali e visure camerali che attestano la correttezza dei rapporti. Alla fine gli uomini della Finanza, scrupolosi, annotano: «Il contribuente ha fornito documentazione comprovante la concreta esecuzione e inerenza delle operazioni economiche».

L’Agenzia, dopo essersi lamentata perché la documentazione è in lingua inglese, chiede lumi sulla «strana» scelta di acquistare prodotti in Asia. Canazza si accascia sulla poltrona quando ripete la sua ovvia giustificazione: «I principali grossisti europei sono miei concorrenti, visto che come me hanno tra i loro clienti i negozi di animali. È chiaro che per competere con loro devo acquistare la merce sui mercati asiatici: Cina, Corea, Taiwan. È quello che fanno ogni giorno migliaia di imprenditori italiani, ricaricando poi i prezzi in Europa. Se i fornitori hanno sede a Hong Kong o altrove cosa ci posso fare?».

Scuote la testa, poi smuove un’altra pila di carte: «I finanzieri ne hanno portato via un bancale intero. Questi tariffari spiegano centesimo per centesimo quel che ho fatto. Se avessi una montagna di fatture di consulenza emesse alle Cayman sarei stato il primo a dire: ok, controllate. Ma qui troverete solo cuccette e cappottini, comprati e rivenduti».

Quando nell’ottobre 2010 Canazza invia il suo memoriale agli uomini del fisco, seguito dalle ultime integrazioni richieste e dal versamento della metà dell’importo contestato (65.280 euro), pensa che sia davvero finita. Invece il 31 dicembre di quell’anno arriva il primo verbale, relativo al 2005: «Avevano 60 giorni di tempo per notificarmelo e lo hanno fatto il cinquantanovesimo, vigilia di Capodanno, con il messo che mi rincorreva tra casa e ufficio per essere sicuro che lo ricevessi».

La Camon impugna il provvedimento e a distanza di quasi tre anni vede riconosciute le sue ragioni. Ma nel frattempo è costretta a versare anche la metà degli importi contestati per il 2006 (altri 61.707 euro) e presto dovrà aggiungerne, a titolo di iscrizione provvisoria, quasi 142 mila per i presunti illeciti del 2007 e 2008. «Il tutto senza avere mai rivisto indietro la prima tranche, perché le iscrizioni vengono restituite solo a fine corsa e in questi casi l’Agenzia delle entrate non si ferma fino alla sentenza di Cassazione» osserva Gianfranco Visentin, commercialista e revisore della Camon trasformatosi nel Virgilio che ha accompagnato Roberto Canazza lungo il suo personalissimo giro all’inferno.

«Anche io voglio arrivare in Cassazione» attacca l’imprenditore «ma stavolta per chiedere i danni allo Stato. Ci rimetterò? Pazienza, ho già buttato mesi di lavoro e 10 mila euro di spese legali per difendermi da accuse che non stavano in piedi. Non ho mai evaso un centesimo né portato soldi in Svizzera, do lavoro a 70 persone e mi sforzo di restare in Italia quando, spostandomi in Carinzia, a 40 minuti da qui, avrei costi ridotti del 40 per cento. E questo è il ringraziamento».

Voglia di rivolta fiscale e senso d’impotenza. L’humus nel quale ci si muove è lo stesso che da queste parti ha spinto alcuni imprenditori a compiere anche gesti estremi: «Non li giustifico, ma li capisco» commenta Canazza. «Se qualcuno arriva a tentare il suicidio o a incatenarsi ai cancelli della fabbrica, vuol dire che prima le ha provate tutte per farsi ascoltare, per difendere il suo lavoro e i suoi operai. Evidentemente non è bastato».

Leggi Panorama on line

© Riproduzione Riservata

Commenti