Uber e le proteste vissuti dietro le quinte

Oggi un giornalista è entrato in ufficio per un’intervista e ha chiesto almeno tre volte se questa su cui sto scrivendo ora è veramente la scrivania su cui si svolge tutto il nostro business :” No, non è possibile, non …Leggi tutto

ios1.jpg

utente Uber

Oggi un giornalista è entrato in ufficio per un’intervista e ha chiesto almeno tre volte se questa su cui sto scrivendo ora è veramente la scrivania su cui si svolge tutto il nostro business :” No, non è possibile, non potete essere voi a muovere tutto questo”.

E invece sì, ci siamo io noi tre, io, Benedetta e Tomaso, che un anno e mezzo fa abbiamo lanciato Uber nel mercato italiano.

Lo stupore delle persone nello scoprire che Uber Italia non è un palazzo di 10 piani di vetro con almeno 100 dipendenti ma una scrivania grossa circa 1 metro e mezzo per 3 infinitamente disordinata è sempre grande.

Non possono credere che tre ragazzi possano davvero fare una rivoluzione del genere, che diventa fenomeno mediatico a livello nazionale e che, soprattutto, sta trasformando il mondo dei trasporti su quattro ruote in un Paese alquanto, ehm, come dire, impolverato.

Non mi va di scrivere degli scontri, quelli sono tutti i giornali da giorni, anzi, da mesi. Ma soprattutto sono dolorosi e poco costruttivi per tutti.

Voglio invece raccontare come vivo io questo tsunami.

In queste ultime due settimane, ancor più di prima, mi sono resa conto della delicatezza di questo tema, perché va a scardinare radici profonde di generazioni e toccare dinamiche culturali che per essere cambiate richiedono pazienza.

Ci vuole tempo prima che tutte le parti capiscano il valore e i vantaggi di un tale cambiamento e noi abbiamo sia tempo che pazienza, ma soprattutto una fortissima motivazione.

Ho capito la responsabilità che abbiamo: siamo parte di una rivoluzione che si è innescata e che, oramai, è irrefrenabile. Irrefrenabile perché se non ci fosse Uber, arriverebbe qualcun’altro a fare la stessa e identica cosa.

Ogni progresso è evidentemente un processo lento, da affrontare con determinazione e con un pizzico di follia. Ma anche con la giusta consapevolezza, che ti porta a fare un respiro profondo e ad avere rispetto per tutti, anche per coloro che di rispetto non ne hanno.

Come Community Manager, sono la persona che, tra le varie cose, sta dietro ai social media e ai feedback degli utenti. Questo mi regala una posizione estremamente privilegiata e diretta che mi permette di toccare con mano le emozioni, le opinioni e i pensieri delle persone che ci seguono.

Sinceramente poche volte per un’azienda ho visto una tale mobilitazione e un così forte schieramento da parte delle più disparate tipologie di persone.

Questo non vuol dire essere solo a favore di un’app, questa è un’indignazione generale che si traduce nella voglia di dare un bello scrollone a tutto il sistema e noi siamo diventati quasi inconsapevolmente portavoce di tutto questo.

Per quanto mi riguarda,  io credo in quello che sto facendo e lo dimostro venendo ogni mattina a lavorare su questa scrivania (che forse domani riordinerò).

Cacciare Uber sarebbe come dire  a cittadini “ora posate in questo cesto tutti i vostri smartphone, ecco qui i Nokia 3210 che dovrete riutilizzare da oggi in poi”.  Io voglio continuare a essere libera di usare il mio smartphone e, ne sono certa, anche voi.

 

 

 

© Riproduzione Riservata

Commenti