Perché sì alla California, perché sì al training

Il training a San Francisco nella sede principale di Uber mi apre gli occhi su molti aspetti. Non è semplicemente una bella vacanza o un ottimo benefit aziendale. Non mi è servito solo per farmi bella coi miei amici. Mi …Leggi tutto

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Market Street, vicino agli HQ di Uber

Il training a San Francisco nella sede principale di Uber mi apre gli occhi su molti aspetti. Non è semplicemente una bella vacanza o un ottimo benefit aziendale. Non mi è servito solo per farmi bella coi miei amici. Mi è servito a dare un volto alle persone con cui mi scambio dieci mail al giorno, a capire come lavorano coloro che nella terra delle startup ci sono per davvero, ad entrare almeno un po’ nel loro modo di ragionare e di sviluppare un business.

Il training prosegue tra lezioni e lavori di gruppo, in cui la sfida è realizzare un progetto particolarmente innovativo che potrebbe essere realmente applicato in un’occasione speciale, ad esempio un evento, da Uber.

Uno dei momenti che mi è piaciuto di più di questi giorni trascorsi negli uffici californiani è la “call” internazionale del martedì: ogni settimana, ad una determinata ora (forse l’unica in cui non è notte in nessuna delle trentacinque città dove è presente Uber), si fa questa chiamata in cui si vedono i risultati settimanali di ciascun ufficio. Che effetto strano essere proprio accanto al telefono da cui parte questa famosa riunione e guardare le slide accanto al CEO, per una volta di mattina e non di sera. La mia parte preferita in assoluto è quella di New York City, che viene sempre così introdotta dal General Manager della Grande Mela:” NYC in da house!” detto con una cadenza un po’ rap… sono invidiosa, ora voglio inventarmi qualcosa di distintivo anche per Milano.

L’ultima lezione, tenuta appunto da Travis Kalanick, è una parentesi conclusiva sulla cultura aziendale. Scopro così che ogni startup americana ha i suoi cinque valori fondamentali su cui poggia le sue basi, che ogni dipendente deve rispettare e in cui deve credere da quando decide di “sposare” l’azienda. Insomma, una sorta di filosofia di vita a cui devi far riferimento sempre e che devi condividere quasi naturalmente. Copio sul mio quaderno quello che c’è scritto sulla lavagna: highly evolved, luxury, magic, optimistic and passionate. Le leggo e rileggo più volte. Sono tutte parole forti, cariche di significato già prese singolarmente e, se messe vicine, quasi esplosive.

Torno in albergo e penso a cosa mi rimane dentro di questi giorni trascorsi nell’azienda che ho appunto deciso di sposare due mesi fa. Ho capito che non devi avere per forza un completo e una cravatta per essere credibile e influente, ho capito che puoi anche andare in palestra tutti i giorni e questo non farà di te un nullafacente ma un essere umano che ha bisogno dei suoi spazi, ho capito che quello che penso io può essere ascoltato tanto quanto quello che pensa una persona con molta più esperienza di me (lavoriamo nella stessa azienda, abbiamo pari valore), ho capito che timbrare un cartellino non serve a niente (non è quello che davvero scandisce la mole di lavoro che fai, bensì tua forza di volontà), ho capito che sei hai un’idea buona, rimboccati le maniche, muoviti e falla.

 

 

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