Economia

Spread sotto i 287 punti: ecco i motivi della discesa

Il differenziale tra Btp decennali e analoghi tedeschi scende a 284 punti, come voleva il premier dimissionario. Nel novembre 2011 viaggiava a quota 574. Di mezzo però c'è la "Super Bce" di Mario Draghi

Spread in picchiata

Una schermata di Bloomberg mostra il grafico dello spread ( Credits: ANSA/ Luciano Del Castillo )

"Oggi lo spread tra Btp e Bund tedeschi ha finalmente toccato i 287 punti". Quello che per freddezza sembra un dispaccio di agenzia, ma che in realtà è un cinguettio (così si dice) su twitter, si tradisce in un parola.

Un avverbio (finalmente) che esprime forse tutta la soddisfazione per un anno di governo nato appunto, ma non solo per quello, per tenere a bada questo indicatore, termometro dell’umore degli investitori nei confronti di un paese.

Il premier dimissionario Mario Monti, e pronto a candidarsi alle prossime elezioni di fine febbraio con i centristi, ha avuto più di una ragione per esultare sui social network, dopo che il differenziale tra i titoli governativi a dieci anni dell’Italia e i relativi tedeschi è sceso sotto quota 300, fino a un minimo di 284 punti base, con il rendimento in calo al 4,27%. E' lui l'autore del tweet, di cui sopra.

L’obiettivo che aveva posto lo scorso 3 dicembre durante una conferenza stampa a Lione in Francia è stato raggiunto infatti in solo un mese. Già, ma perché dare tanta importanza a un numero? E perché poi 287 e non 250?

Quel giorno Monti confessò che un livello di spread a 287 punti base rappresentava "un punto particolarmente significativo", essendo la metà dei 574 punti base, il livello toccato nel novembre 2011, quando è iniziata la sua avventura a Palazzo Chigi. Roba da economisti.

Ma a spingere oggi in basso il differenziale forse il ruolo del governo tecnico c’entra poco o forse nulla. Stavolta la zampata viene dagli USA, dove in extremis l'1 e 2 gennaio è stato raggiunto l’accordo tra Democratici e Repubblicani per scongiurare la caduta nel precipizio fiscale , una batosta da 600 miliardi tra aumenti automatici delle tasse e tagli alle spese che sarebbero scattati dal primo gennaio e che avrebbero fatto tirare il freno a mano all’economia americana; e di conseguenza al mondo intero.

"Questo risultato dipende da un concorso di fattori e oggi l’accordo raggiunto negli USA tra Democratici e Repubblicani, sebbene parziale (non riguarda l'aumento del tetto del debito e rimanda 110 miliardi di dollari di tagli alla difesa e ad altri programmi governativi fino a marzo, ndr), ha avuto effetti positivi sia sui mercati azionari sia su quello obbligazionari”, spiega a Panorama.it Felice La Fortezza, responsabile settore mercati obbligazionari della struttura di Personal Financial Advisory di Banca Intermobiliare, braccio private torinese del Gruppo Veneto Banca.

"Non sono da trascurare, inoltre, le notizie positive giunte dal fronte europeo nelle ultime settimane – prosegue – e penso alla Grecia, cui S&P ha rialzato il rating a dicembre a B- da selective default, o alle ultime dichiarazioni del ministro tedesco secondo cui Atene sta facendo meglio delle attese. Uno scenario che sembra aver spinto molti investitori esteri che erano usciti nei mesi scorsi a rientrare nel mercato del debito periferico”.

Ma forse è troppo presto per esultare: secondo molte case d’investimento i toni della campagna elettorale potrebbero far tornare a salire i rendimenti dei titoli italiani, soprattutto se in chiave antieuropea.

Dallo scorso luglio però, cioè da quando Mario Draghi ha fatto capire che la Bce era pronta a intervenire per stabilizzare i mercati, tutto quanto si decide a Francoforte e a Bruxelles sembra contare di più rispetto ai battibecchi (a volte sterili) dei Palazzi romani.

"Tuttavia mi sembra che i mercati siano ben disposti anche nei confronti delle elezioni in Italia e la sensazione è che si arriverà a una situazione stabile. Il mercato, inoltre, è ancora impostato per un restringimento anche perché molti investitori esteri non sono ancora rientrati nel mercato del debito periferico" aggiunge La Fortezza con una punta di ottimismo: male che vada, ossia considerando uno scenario negativo (stallo alle elezioni: nessuna coalizione in grado di governare), nelle prossime settimane lo spread tra Btp e Bund difficilmente riuscirà a sfiorare i 400 punti, mantenendosi più verosimilmente sui 350 - 370.

Insomma, finchè c’è Mario (Draghi, ovviamente) c’è speranza.

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