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Ecco perché una tassa sulla ricchezza avvantaggia i super ricchi

Meno eredità, più redditi da lavoro: la composizione del benessere è cambiata 

Dollari americani – Credits: Af Paul J. Richards/AFP/Getty Images

Contrastare l’ineguaglianza economica con una tassa sulla ricchezza? Secondo alcuni economisti, non sarebbe un buon modo per riequilibrare le cose. Lo sostengono Wojciech Kopczuk, professore di economia, affari pubblici e internazionali alla Scuola di affari pubblici e internazionali della Columbia University e Allison Schrager, economista e saggista di New York. Paradossalmente, come fanno notare in un lungo articolo pubblicato su Foreign Affairs.com , una misura di questo tipo avvantaggerebbe ancora di più i super ricchi. Gli esperti, infatti, sostengono che esistono due radici della disuguaglianza economica che può essere il risultato di un benessere generato dal reddito o dal patrimonio.  

La disuguaglianza derivante da reddito rappresenta la differenza nei compensi che le persone percepiscono per il loro lavoro. Un dato che, negli ultimi trent’anni, è andato crescendo negli Stati Uniti, in particolare nella parte più alta della scala sociale e che comprende anche utili da capitale. La diseguaglianza da patrimonio, invece, rappresenta la ricchezza, l’accumulo di reddito risparmiato e il ritorno sugli investimenti ottenuto nel corso degli anni. Un particolare spesso sottovalutato riguarda la crescita della diseguaglianza da reddito che, negli ultimi anni, è stata trainata quasi esclusivamente da quanto le persone guadagnano con il proprio lavoro, piuttosto che da quanto guadagnano dai loro investimenti. L’estrema diseguaglianza di reddito, infatti, può generare un’alta disuguaglianza di ricchezza, perché le persone che guadagnano molto possono risparmiare di più, ammassare fortune, passarle ai propri figli. Ma vale anche il contrario, perché questa ricchezza può essere dissipata dalle scelte della vita o da investimenti sbagliati. 

Negli ultimi anni, inoltre, mentre la disparità di reddito è cresciuta, si è ridotta la disparità di ricchezza. Da un’analisi condotta in team con Lena Edlund, economista della Columbia, emerge che nella lista dei 400 americani più ricchi pubblicata annualmente da Forbes, il numero di persone che deve la propria ricchezza a un’eredità si è dimezzato nel lasso di tempo che va dagli anni Ottanta al Duemila, mentre è cresciuta la ricchezza prodotta dal lavoro. Il risultato è che la disuguaglianza è rimasta sostanzialmente invariata, mentre è cambiata la composizione delle persone al vertice. 

Tornando alla tassazione, misurare la concentrazione di ricchezza non è facile, perché molte di queste informazioni sfuggono al fisco: i cittadini americani non sono obbligati a rendere nota l’entità dei propri beni. L’unico modo in cui questa ricchezza esce allo scoperto è quando è segnalata come proprietà o come ritorno sugli investimenti. Ma anche nel momento in cui si potesse implementare una tassa progressiva sulla ricchezza come quella auspicata da Thomas Piketty , sarebbe comunque inefficace e responsabile di maggiori costi economici rispetto ad altre forme di tassazione, come quelle sul reddito da capitale o sui redditi immobiliari. 

Una tassa progressiva sulla ricchezza, infatti, obbliga a prendere delle decisioni arbitrarie. A che livello andrebbe posta? Secondo la Federal Reserve, il 90% della ricchezza si attesta sotto un milione di dollari. Una cifra che, per alcuni, potrebbe apparire favolosa, ma non è tale per un pensionato che sa di dove far fronte a spese mediche elevate e non quantificabili. Tassare questo livello di ricchezza, dunque, produrrebbe alti costi sociali in termini di assistenza sanitaria, ma darebbe anche un contributo a chi guadagna sopra i rendimenti di mercato, grazie alla propria abilità, fortuna o all’accesso al mercato privilegiato. In pratica, farebbe esattamente il contrario di quello che i sostenitori di una tassa sulla ricchezza auspicano, mentre poco cambierebbe nel contrastare la disuguaglianza economica e sociale.

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