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Stop ai bancomat: per Bankitalia il Vaticano è come un'isola caraibica

Dal primo gennaio i POS della Santa Sede sono stati disattivati: li gestiva Deutsche Bank Italia senza autorizzazione. Ma la Santa Sede protesta: "Da nessun Paese al mondo misure simili"

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I bancomat funzionano in tutta la Capitale, ma non in quei 44 ettari che stando alle leggi (umane e anche divine) proprio Roma non sono: si tratta del perimetro della Città del Vaticano.

È così dal primo gennaio: ai musei Vaticani, ma anche al distributore, al supermercato, al magazzino abbigliamento, al tabacchi ed elettronica, alla posta e in farmacia, si paga come una volta: solo in contanti o al massimo tramite il bancomat interno emesso dallo Ior, l'Isituto per le opere di Religione , che però i numerosi turisti e italiani che frequentano i Sacri Palazzi non hanno.

Colpa di Bankitalia, che non ha poteri in quei 44 ettari, ma che ha imposto a Deutsche Bank Italia, braccio italiano della prima banca privata tedesca, di disattivare i POS a San Pietro e dintorni, che gestisce dal 1997.

E per farlo Via Nazionale ha più di una ragione: il Vaticano non può utilizzare POS gestiti con banche italiane, perché - secondo la normativa antiriciclaggio - è un soggetto extracomunitario non equivalente a fini della vigilanza sul riciclaggio del denaro .

San Pietro, in altre parole, trattato come la peggiore isola caraibica. Ma le regole sono regole: Deutsche Bank Italia, infatti, è un soggetto di diritto italiano e quindi controllato da Bankitalia. Quindici anni fa aveva aperto POS in Vaticano senza richiedere la necessaria autorizzazione.

Lo ha fatto nel 2012, ma è stata respinta e per questo ha dovuto disattivare i POS. Una decisione che non è per niente piaciuta in Vaticano, dove in pochi sapevano: i piani alti lo hanno saputo lo scorso 6 dicembre. I dipendenti dei negozi e dei musei solo dopo la pausa di Capodanno, con una mail.

Il caso intanto è finito su tutti i quotidiani, tv e siti online e ha spinto Palazzo Koch nei giorni scorsi a pubblicare sul sito una nota ufficiale in cui sottolinea che "nella Città del Vaticano mancano sia una regolamentazione bancaria sia il riconoscimento europeo di equivalenza antiriciclaggio".

"La Vigilanza della Banca  d'Italia – spiega - non poteva quindi che respingere la richiesta di sanatoria avanzata da Deutsche Bank Italia per i POS che essa aveva installati presso il Vaticano senza la necessaria autorizzazione e che erano stati successivamente individuati da una nostra  ispezione. Non vi è stata dunque alcuna scelta discrezionale  né tanto meno una discriminazione: qualunque altra Autorità di vigilanza europea si sarebbe comportata nello stesso modo, in ossequio alla legge comunitaria".

Del resto, ha aggiunto Bankitalia, "anche per l’attività bancaria svolta dallo Ior con controparti italiane non è, infatti, possibile applicare il regime di controlli semplificati previsto per i rapporti con le banche comunitarie, che consente a queste ultime di non comunicare i nomi dei clienti per conto dei quali sono effettuate le singole operazioni".

La nota ufficiale di Palazzo Koch, però, non è piaciuta a René Bruelhart, lo svizzero che da novembre guida l'Aif (l'Autorità di informazione finanziaria) della Santa Sede. In un'intervista al Corsera si è detto sorpreso per la decisione aggiungendo che il Vaticano "ha superato a luglio il terzo round di valutazione del Comitato Moneyval del Consiglio d'Europa con una buona pagella di 9 raccomandazioni cruciali superate su 16" e, quindi, non è stato sottoposto ad alcuna procedura o misura speciale di monitoraggio antiriciclaggio da parte di qualsiasi organismo internazionale.

Ma intanto i bancomat ai Musei Vaticani continuano a non funzionare. E un intervento dall'alto, in questo caso, servirebbe davvero a poco.

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