È opinione abbastanza diffusa che il referendum del 4 dicembre 2016, vinto dal No, abbia rafforzato soprattutto i Cinque stelle. Il ragionamento si basa su due osservazioni tanto ovvie quanto irrefutabili: il Pd di Matteo Renzi ha perso di brutto, e il centrodestra è in difficoltà, viste le divisioni fra Matteo Salvini e Silvio Berlusconi.

Ecco perché, per la prima volta da quando esiste (sono passati quasi 10 anni dal Vaffa-day: 8 settembre 2007), si parla del Movimento 5 stelle come possibile vincitore di elezioni politiche nazionali, e dunque come possibile candidato al governo del Paese. Realistica o meno che sia questa prospettiva, vale forse la pena cominciare a provare a immaginare come potrebbe essere composto, e che cosa potrebbe fare, un governo del genere.

Quello della composizione, in realtà, è probabilmente il nodo fondamentale. Se non ci fosse stata la disastrosa esperienza di Virginia Raggi a Roma, non ci faremmo tante domande. Ma essendoci stata quella esperienza, sarà difficile che a Beppe Grillo e ai suoi non venga chiesto: con che nominativi, con che squadra, pensate di governare l'Italia? Questa è una domanda cui i grillini non sono predisposti a rispondere, perché è in contrasto con le loro convinzioni più profonde: che il popolo sia saggio, che "uno conta uno", che il requisito fondamentale di un politico sia l'onestà.

Però non la potranno eludere, perché difficilmente gli italiani consegneranno il Paese a un partito che finora ha dimostrato non solo di non avere una classe dirigente, ma di non avere alcuna considerazione per tecnici, esperti, studiosi, "competenti" in genere. Si può naturalmente osservare che i dilettanti allo sbaraglio non sono un copyright dei Cinque stelle, e che le caselle dei governi fotocopia Renzi-Gentiloni sono state drammaticamente occupate da incompetenti e improvvisatori, ma resta il fatto che il sospetto di non avere una classe dirigente presentabile colpisce soprattutto il movimento di Grillo, e genera una richiesta di credenziali assai più esigente di quella rivolta alle forze politiche tradizionali, in particolare Pd e Forza Italia.

Ma supponiamo che i Cinque stelle riescano in pochi mesi a far dimenticare la débâcle romana della sindaca Raggi, e sappiano presentare una squadra di governo accettabile. Quale potrebbe essere il nucleo del programma politico dei Cinque Stelle? C'è qualcosa che lo differenzierebbe nettamente dai classici programmi del centrodestra e del centrosinistra? Probabilmente sì.

Una prima differenza, raramente notata dagli analisti politici, è che i Cinque stelle hanno una posizione che definirei "confusa ma interessante" sul problema dei flussi migratori. Non mi riferisco solo al fatto che c'è stato, e resta, un certo dissidio fra Grillo e la maggior parte dei parlamentari, con il leader abbastanza ostile e i parlamentari relativamente benevoli con gli immigrati, ma anche alla recente presa di posizione di Alessandro Di Battista, molto decisa ed esplicita su una linea di rigorosa selezione degli ingressi: apertura verso i rifugiati, severità verso i migranti economici, di cui si auspica il riaccompagnamento sistematico nei Paesi di origine.

È superfluo sottolineare che questa posizione mediana è diversa sia da quella del Pd (imbevuto di retorica dell'accoglienza) sia da quella della Lega (fondamentalmente ostile all'immigrazione in quanto tale).

Ma è soprattutto sul terreno dell'economia che i Cinque stelle potrebbero riservare sorprese interessanti. Non tanto riguardo all'euro e al suo eventuale abbandono, che pare più un tema di propaganda che un programma politico meditato, quanto su quello della principale proposta dei Cinque stelle: il reddito di cittadinanza. Qui l'errore che tutti rischiamo di commettere è di sottovalutare l'impatto e la serietà di una simile idea.

Ho letto i dettagli della loro proposta, che mi è parsa mal congegnata sia sul versante dei meccanismi sia su quello delle coperture. E tuttavia non la sottovaluterei, per almeno due motivi. Il primo è che l'entità delle coperture previste non è abnorme, essendo dello stesso ordine di grandezza dei bonus elargiti in questi anni da Renzi, con la cruciale differenza che quelli di Renzi erano diretti prevalentemente al ceto medio e medio-basso, mentre quelli dei Cinque Stelle prendono di petto il problema, reale e drammatico, della povertà assoluta.

Il secondo motivo di attenzione è che l'idea di un reddito minimo o di sopravvivenza ha una sua logica, nelle condizioni dell'Europa di oggi. E la logica è questa: spiace ammetterlo, ma non possiamo nasconderci che, né oggi né in un futuro prevedibile, ci sarà lavoro per tutti. E questo per un motivo assai semplice: in un'economia aperta, soggetta alla concorrenza internazionale, sopravvivono solo le imprese più efficienti, e l'Italia non si è mai attrezzata per reggere tale concorrenza. In simili condizioni non è irragionevole prevedere che andremo verso un assetto economico inedito: pochi produttori, relativamente competitivi, e una massa di esclusi, non in grado di assicurarsi un reddito sufficiente con il loro lavoro. Per questo, di reddito di cittadinanza finiremo per parlare comunque, indipendentemente dai Cinque stelle.

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