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Economia e numeri bugiardi

Un viaggio tra le cifre che descrivono l’andamento dell’economia dimostra che bisogna fare molta attenzione. Perché una lettura superficiale porta a conclusioni lontane dalla realtà 

(Credits: iStockphoto)

Nella società moderna la statistica assume sempre maggiore rilevanza, quotidianamente siamo bombardati da grafici che rappresentano le tendenze dell’economia, percentuali che sintetizzano la situazione del mercato del lavoro, le preferenze politiche degli italiani, tassi d’interesse che descrivono l’andamento dei titoli nei mercati finanziari...

Le statistiche sono quindi un potente strumento d’informazione, che può rivelarsi talvolta un’arma a doppio taglio. Siamo, infatti, davvero in grado di comprenderne il significato? Ci sono forniti nel modo corretto? Mark Twain affermò che «ci sono tre tipi di bugie: le piccole, le grandi e la statistica». Questo è sicuramente un luogo comune: la statistica non mente, ma bisogna saperla interpretare (e comunicare) perché non risulti fuorviante. Vediamone alcuni esempi.

Occupazione e disoccupazione.
In un periodo di crisi acuta del mercato del lavoro come quello in cui ci troviamo, la pubblicazione del tasso di disoccupazione (effettuata trimestralmente dall’Istat, l’Istituto nazionale di statistica) ha sempre gran risalto. È perciò importante capire cosa effettivamente questo indicatore spieghi. Senza entrare in dettagli troppo tecnici, basti sapere che il tasso di disoccupazione è dato dal rapporto fra il numero di disoccupati, definiti come coloro che erano occupati ma non lo sono più e sono in cerca di una nuova occupazione, e la forza lavoro, intesa come la somma tra occupati e disoccupati e quelli in cerca di prima occupazione. Al suo interno, perciò, questo indicatore trascura, per esempio, una componente tutt’altro che residuale: il numero di persone che abbandonano la ricerca del lavoro.

Se un individuo smette di cercare un’occupazione, infatti, esce dal calcolo dell’indice, ma non per questo smette di essere un problema per lo Stato, anzi il fatto che abbia rinunciato alla ricerca è potenzialmente ancora più allarmante. Il tasso di disoccupazione, perciò, andrebbe sempre accompagnato almeno dal cosiddetto tasso di attività, ovvero dal rapporto tra la forza lavoro e la popolazione totale. Un paese che ha un mercato del lavoro efficiente dovrebbe avere un alto tasso di attività e un basso tasso di disoccupazione.

In Italia, purtroppo, i dati sono impietosi. Nel primo trimestre del 2013, secondo l’Istat, il tasso di attività era di circa il 64 per cento: più di un italiano su tre, cioè, non faceva parte della forza lavoro. I disoccupati, inoltre, rappresentano circa il 13 per cento della forza lavoro e sono in costante aumento negli ultimi anni. Facendo un paragone con la Francia e riferendosi solamente al tasso di disoccupazione (che è attualmente circa all’11 per cento), potrebbe sembrare che i due paesi non siano poi così distanti. Tuttavia, è solo vedendo il tasso di attività che si riesce a percepire la differenza con i transalpini che ci staccano di oltre 7 punti percentuali (attualmente infatti il tasso di attività francese è superiore al 71 per cento).

Caso ancora più lampante di cattiva interpretazione dei dati è rappresentato dal tasso di disoccupazione giovanile, ovvero quella che colpisce i giovani tra i 15 e i 24 anni. Come riportato dai maggiori quotidiani, nel giugno 2013 questo tasso risulta di circa il 39 per cento: il che vorrebbe dire che quasi 4 giovani su 10 in Italia sono senza lavoro. C’è da specificare invece che solo un quarto dei giovani in quella fascia d’età fa parte della forza lavoro (gli altri, essenzialmente, studiano); il 39 per cento di disoccupati non è perciò riferito a tutti i giovani under 24, ma solo a quel ragazzo su quattro che è occupato o alla ricerca di un’occupazione.

Dati alla mano, quindi, solo un giovane su 10 è effettivamente disoccupato (in tutto si tratta di circa 600 mila ragazzi), dato meno allarmante e probabilmente giornalisticamente meno accattivante. Paragoniamoci nuovamente a un paese a noi vicino come la Francia, dove il tasso di disoccupazione giovanile è molto inferiore al nostro (circa il 25 per cento) e il tasso di attività, sempre riferito a questa fascia di età, è di circa il 38 per cento: anche un giovane su 10 francese, quindi, è disoccupato, proprio come in Italia, ma a prima vista, confrontando esclusivamente il tasso di disoccupazione, potremmo reputare la situazione italiana molto più allarmante di quella francese.

Debito pubblico e prodotto interno lordo
Spesso è utilizzato come campanello di allarme per la situazione economica il rapporto del debito pubblico sul prodotto interno lordo (pil). Questo rapporto è arrivato, nel primo trimestre del 2013, al 130,3 per cento, nuovo massimo storico: il debito pubblico, perciò, è più alto del prodotto interno lordo di ben 30 punti percentuali. È però fondamentale, dal punto di vista statistico, comprendere che un aumento di questo indicatore può scaturire non solo da un aumento del debito pubblico, ma anche da una diminuzione del pil, o da una combinazione delle due cose.

Il forte incremento del 2013, in particolare, è dato dalla combinazione dei due effetti: il debito è sì aumentato (di oltre il 2 per cento rispetto a dicembre 2012), principalmente per il cumulo degli interessi sul debito passato, ma è contemporaneamente anche diminuito il pil (-0,6 per cento). Inoltre, è importante notare che l’incremento del debito pubblico non è un fenomeno prettamente italiano, anzi. Dal 2008 al 2012 l’incremento nel nostro Paese (+19 per cento) è stato inferiore a quello dei principali stati europei, compresi Regno Unito (+114 per cento), Francia (+39 per cento) e Germania (+31 per cento).

Pensionati e numero pensioni
Un altro ambito su cui spesso si può rischiare di cadere in errore è quello pensionistico. L’ambiguità fra importo medio delle pensioni e importo medio del reddito pensionistico è all’ordine del giorno su giornali e televisioni. Mentre il primo è l’importo medio di ciascuna posizione pensionistica (pari nel 2011 a 11.410 euro annui, dati Inps), e non considera perciò che una stessa persona possa beneficiare di più pensioni contemporaneamente (come per esempio una vedova che percepisce, oltre alla sua, la pensione di reversibilità del marito defunto), il secondo è il reddito complessivo che effettivamente in media percepisce un pensionato (pari a 16.329 euro annui).

Quindi, nel 2011 oltre il 68 per cento delle pensioni risulta avere un importo mensile inferiore ai 1.000 euro, ma solo il 44 per cento dei pensionati ha un reddito pensionistico inferiore a questa soglia. Questo perché, come già spiegato, nell’importo mensile non si tiene conto del cumulo di più trattamenti sullo stesso beneficiario. Infatti circa un terzo dei pensionati percepisce più di una pensione. È chiaro perciò come questi indicatori forniscano informazioni fortemente diverse e quindi comportino conclusioni e giudizi radicalmente differenti su un tema così delicato come quello pensionistico. Perché i numeri da cui quotidianamente siamo circondati non ci traggano in inganno, dobbiamo imparare a guardare con occhio critico cosa la statistica ci sta effettivamente dicendo, così da non essere condizionati (positivamente o negativamente) da una falsa verità.

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Gennaro Olivieri è professore di matematica finanziaria e direttore del Dipartimento di impresa e management persso l'Università Luiss di Roma

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