Soldi

Imprese, il 2012 anno di fallimenti e resistenza

Ogni mese muoiono mille piccole aziende. E in tre anni le chiusure sono aumentate del 9,5%. Ma c'è chi per il 2013 si sta attrezzando per reagire

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– Credits: Imagoeconomica

Si chiude un anno di crisi. Pesante. Mortalità delle imprese, calo del prodotto interno lordo, cassa integrazione guadagni in crescita esplosiva. Ma c'è chi ha reagito. Cercando un qualche rimedio.

Ecco un elenco esaustivo: nell’anno dell’austerity è nato un servizio psicologico antisuicidi e una rete di sostegno con l’associazione “Imprese che resistono”. Un noto imprenditore, chiusa l’azienda causa mancati pagamenti dei clienti, ha dato vita ad associazione San Giuseppe, altro network di sostegno.

Le piccole e medie imprese arrancano e la dimostrazione più evidente è stata la scissione di Confapi (l’associazione industriale che le rappresenta) e la nascita di Confimi, nuova sigla di rappresentanza del manifatturiero che sta facendo incetta di associati nel produttivo NordEst. Un gruppo di economisti guidati da Oscar Giannino sono diventati “Contro il declino” per fare politica. Gabriele Centazzo da Pordenone, titolare della Valcucine guida il manifesto per il Nuovo Rinascimento Italiano, a partire dai tagli delle poltrone e delle spese in Confindustria. E possiamo continuare.

A Salerno imprenditori, commercianti e artigiani firmano il “Manifesto per il rilancio”. L’azienda sanitaria di Valchiavenna-Valtellina in maggio ha attivato un numero verde anticrisi ed è stato subito boom di chiamate. A Padova si è costituita l’associazione delle famiglie degli imprenditori suicidi (32 in Veneto e più di 80 in Italia dall’inizio dell’anno). Ed è un fiorire di iniziative un po’ in tutta italia.

“Noi abbiamo ricevuto sino ad oggi 600 chiamate per richieste di aiuto e di sostegno anche psicologico” racconta Massimo Mazzucchelli, coordinatore del progetto “Terraferma” all’interno del network Imprese che resistono “Ci siamo attivati per accelerare i rimborsi Iva alle imprese in difficoltà, per sbloccare pagamenti, per rimandare decisioni irrevocabili di chiusura”.

Eppure, nonostante gli sforzi di tutti, con la crisi degli ultimi anni ogni fatica sembra una pena di Tantalo o il tentativo di svuotare l’oceano con un cucchiaino. “Ogni mese muoiono almeno mille piccole imprese , nel silenzio e nella disperazione” ha recentemente dichiarato Paolo Agnelli, presidente di Confimi “E mentre tutti i media sono concentrati sulla Fiat e sulle grandi imprese, ogni piccola società che muore si porta dietro dieci, cinque, quindici dipendenti. Se moltiplichiamo dieci per mille, ogni mese, cosa succede?”.

Dal tribunale di Milano il dato che conferma: ogni mese circa trecento richieste di procedura fallimentare e tutti gli indicatori economici mostrano un’Italia piegata, che guarda all’indietro perché non riesce ad andare avanti. Il bollettino di guerra è il seguente: “Per il 2013, ben un terzo delle imprese italiane non vede ancora la luce in fondo al tunnel” evidenzia la ricerca sugli scenari economici di Unioncamere nazionale e il bilancio. Mentre Andrea GIuricin, docente di economia all’Università di Milano Bicocca, sottolinea: “Tra il 2010 e il 2012 le iscrizioni di nuove imprese sono calate del 5,2 per cento e le chiusure sono cresciute del 9,5. Non ci vuole un genio matematico per percepire la gravità della situazione. La situazione dimostra quindi un rallentamento continuo della vitalità delle imprese che si riflette chiaramente anche sul numero di disoccupati. Bisogna ricordare inoltre che l’Italia non solo vede una disoccupazione elevata, sopra la media dell’Unione Europea, ma sconta del fatto che moltissima gente non cerca neanche più lavoro. Il tasso di occupazione italiano è infatti tra i più bassi d’Europa”.

Come siamo arrivati a questo? “Glielo posso spiegare con estrema franchezza” commenta Lorenzo Orsenigo, l’imprenditore che ha costruito le recinzioni a Ground Zero ha portato i libri in tribunale. “Nel 2008 andata tutto bene, ho persino regalato 400 euro a ciascuno dei miei 180 dipendenti per festeggiare l’anniversario di matrimonio.  Poi è iniziata la crisi, quindi il piccolo rimbalzo del 2009 e poi la voragine che dura tutt’oggi. Ho tenuto duro, trovando commesse e pagando i fornitori. Sino a quando i clienti hanno cominciato a ritardare troppo i pagamenti. Non avevo altra scelta che portare i libri in tribunale e chiedere un concordato. Per ottenerlo c’è voluto un anno e mezzo, ma alla fine ho pagato tutto e tutti. Chiuso sì, ma con onore. I miei dipendenti hanno ricevuto anche il trattamento di fine rapporto”.

L’Ocse prevede per l’Italia ancora un anno di recessione, mentre i dati della  CGIA di Mestre (su dati di Commissione Europea, Istat, Inps e Prometeia) ci dicono che nel 2012 il Pil è diminuito ancora del 2,3 per cento (il saldo del quinquennio è però di meno 6,7 per cento), che l’export è in affanno (solo + 1,6 per cento dopo anni di crescita importante e in momento in cui la domanda interna arretra) e che il debito pubblico è salito al 126,5 per cento rispetto al Prodotto interno lordo.

Per rimediare sono aumentate le tasse, si è indurita  la caccia all’evasore. E’ arrivata la spending review, ma la stretta del credito e gli interessi elevati pagati dalle imprese per lo spread uniti all’alto costo del lavoro italiano e alla flessione nazionale dei consumi, hanno prodotto 2.753 disoccupati, che in percentuale significano oggi un tasso di disoccupazione del 10,6 per cento. Un dato record.

Cambierà la politica europea – e quindi nazionale - quando e se anche la Germania entrerà in recessione? (quest’anno crescerà ancora dell’1% ma poi non si sa). Esimi premi Nobel dell’economia come Paul Krugman ripetono con assoluta convinzione che tasse e austerity non porteranno a nulla. Che stiamo sbagliando tutto. Ed è lo stesso grido che sale dalle imprese in difficoltà quando convocano i dipendenti rimandando il pagamento della tredicesima, quando comunicano licenziamenti, quando i piccoli imprenditori rinunciano al proprio compenso pur di garantire la mensilità ai dipendenti.
“Cosa si deve fare quando il fatturato cala del 30 per cento e le tasse (tra dirette e indirette) salgono invece al 75?” è l’amaro sfogo di Antonella Lattuada, titolare insieme con il fratello della Lamar Srl, impresa che produce meccanica di precisione per conto terzi “Noi siamo quattro soci e tutti abbiamo rinunciato al nostro compenso, abbiamo la nostra abitazione privata data in garanzia alle banche e a un certo punto ci siamo trovati di fronte a un bivio: pagare l’Imu o i dipendenti. Abbiamo scelto i dipendenti”.

Per Lamar Srl l’Imu sui capannoni aziendali equivale a 10mila euro “perché vengono considerati come quasi una seconda casa” continua l’imprenditrice “Speriamo. Abbiamo chiesto una mediazione della rete “Imprenditori che Resistono” e confidiamo di uscire dal guado pagando una piccola mora a giugno. La situazione però resta critica e il comparto della meccanica piange come non mai”.

Senza dimenticare poi il problema dell’accesso al credito: la liquidità immessa nelle banche dalla Bce infatti, non si è vista sul mercato perché è servita a ricomprare il debito pubblico. E le imprese, spesso rimaste a secco, sono costrette a pagare anche interessi altissimi per colpa dello spread. “Tra poco è prevista la fusione tra la Banca di Legnano, presso la quale noi abbiamo un fido, con la Popolare di Milano, presso la quale la Lamar ha una seconda linea di credito. Abbiamo chiesto se con la fusione manterremo il doppio fido e ci siamo sentiti rispondere che non è affatto scontato”.

Inevitabile che le imprese che non hanno ancora chiuso, siano tentate di trasferire la produzione all’estero. Ed è questo il caso di Laura Costato, titolare dell’omonima azienda di Cinisello Balsamo che produce viteria extralunga, extralarge e anche speciale su disegno. Prima della crisi fatturava 1,2 milioni. Adesso i ricavi sono scesi a 600mila euro. “Ci dicono che bisogna investire in innovazione? Certo, ma noi abbiamo sempre brevettato parecchio, sulla scia delle innovazioni di grandi aziende come ad esempio la Piaggio, che quando innovava la meccanica ci commissionava nuove viti adatte. Eppure, siamo in crisi anche noi. Le grandi aziende hanno spostato la produzione all’estero e più facilmente si rvolgono a partner locali”.

Quindi, che fare?
“Non si può fermare il mare con le mani: sceglieremo l’esilio. Mio fratello è andato ad esplorare insieme con altri imprenditori la Romania.  Stiamo studiando nuovi sbocchi di mercato e allo stesso tempo la possibilità di avere un listino prezzi più competitivo. Quando saremo pronti, trasferimento l’intera produzione lasciando in Italia soltanto gli uffici commerciali”.

Contenti? “Niente affatto. Ma un imprenditore ha la necessità di ragionare sul medio e lungo periodo e non di navigare a vista. In Italia non è più possibile. Non auguro a nessuno l’esperienza di dover dire a un padre di famiglia: sono costretto a licenziarla. A me purtroppo è capitato. Non voglio che accada di nuovo”.

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