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Banche, se il salvataggio lo pagano i clienti

Gli oneri del crack di un istituto di credito ricadranno su azionisti, obbligazionisti e correntisti con più di 100mila euro. Ecco cosa cambia

Niente più soldi pubblici alle banche, se non in casi davvero straordinari. E' questo l'imperativo di una direttiva europea, la 2014/59, che sta per essere recepita anche in Italia, dopo un via libera preliminare dal consiglio dei ministri. A pagare per l'eventuale crack dell'istituto di credito, infatti, saranno nell'ordine gli azionisti, poi gli obbligazionisti e infine pure i possessori di un conto corrente, per la parte di depositi sopra i 100mila euro. Le giacenze inferiori a questa soglia, infatti, resteranno sempre al sicuro perché garantite (come già avviene oggi) dal Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi.


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La novità appena descritte entreranno in vigore dal 1° gennaio prossimo e hanno un obiettivo ben preciso: evitare che si ripeta quanto accaduto dal 2008 in poi, con l'inizio della crisi finanziaria, quando molti stati del Vecchio Continente sono stati costretti a sborsare una montagna di miliardi di euro per mettere in sicurezza le loro maggiori banche, facendo dunque pagare il conto ai contribuenti o scaricando l'onere sul debito pubblico. D'ora in poi, non ci saranno più salvataggi statali dall'esterno (bail-out), se non in ultima istanza e in casi eccezionali, mentre la regola sarà quella del salvataggio dall'interno (bail-in). Detto in parole povere, il risanamento di una banca ricadrà in gran parte sulle spalle dei clienti, cioè di chi investe i propri soldi nelle azioni o nei bond dell'istituto e (parzialmente) anche sulle spalle di chi ne sottoscrive i depositi.


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A ben guardare, le procedure previste per salvataggi bancari sono un po' più complesse di come sono state descritte sopra (anche se la sostanza non cambia). Di fronte a al crack di un istituto di credito, infatti, la Banca d'Italia provvederà innanzitutto a vendere una parte delle attività, dopo aver già utilizzato tutto il capitale disponibile. In alternativa, la stessa Bankitalia potrà cedere le attività e passività a un istituto-veicolo (Bridge Bank) o conferire tutti i crediti deteriorati a un altro soggetto (la Bad Bank) con l'obiettivo di liquidarli. Successivamente, inizierà l'eventuale bail-in a carico di soci e correntisti. Nello specifico, per abbattere le perdite e ricapitalizzare la banca, le autorità di vigilanza provvederanno a svalutarne le azioni, poi a convertire in titoli azionari dell'istituto i crediti vantati da chi ne possiede le obbligazioni (prima quelle subordinate e successivamente quelle ordinarie). Infine, sarà chiamata a partecipare al salvataggio un'altra categoria di creditori, cioè i correntisti più ricchi (per la parte delle giacenze non garantita, eccedente i 100mila euro).


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In alcuni casi eccezionali, se il bail-in a carico dei clienti e degli investitori metterà a repentaglio la stabilità finanziaria di un paese, potrà concludersi non appena raggiunge l'8% di tutte le passività finanziarie della banca o il 20% delle sue attività (asset) ponderate per il rischio (cioè valutate in base alla loro rischiosità). A questo punto, è previsto l'intervento di altri due soggetti: un fondo di risoluzione delle crisi bancarie istituito a livello nazionale (e finanziato dalle stesse banche) e poi di un analogo fondo europeo (Single resolution fund-Srf) che tuttavia verrà creato con un lungo processo a livello continentale ed entrerà pienamente a regime tra 10 anni. A parte i dettagli, una cosa resta certa: per i risparmiatori italiani, dal 1° gennaio sono in arrivo cambiamenti tutt'altro che trascurabili. I primi a stare in guardia devono essere i sottoscrittori di obbligazioni bancarie, che in Italia hanno riempito per molti anni il portafoglio delle famiglie, soprattutto di quelle che vanno a caccia di una rendita sicura e predeterminata. Nel caso di un crack di un istituto di credito, la ciambella di salvataggio dello Stato non ci sarà più e le obbligazioni emesse dalla banca rischiano seriamente di trasformarsi in carta straccia. Più sicuri restano invece i conti correnti e i certificati di deposito, che almeno sono garantiti sino a 100mila euro.


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