Soldi

Acquisizioni straniere, l’8 settembre della finanza italiana

Telecom, Alitalia, Finmeccanica: in un clima da disordinata ritirata, abbandoniamo in mani straniere settori importanti dell’economia. Ma, probabilmente, è meglio così

Il presidente di Telecom Italia Francò Bernabé parla al telefono in spagnolo (Credits: Imagoeconomica)

Amarezza e rabbia dominano il clima che si respira nei palazzi della City milanese, in questo scorcio d’autunno che rischia di passare alla storia come «l’8 settembre della finanza italiana». L’elenco delle sconfitte della classe dirigente tricolore è lungo: l’ombra della Telefónica sulla Telco («Telecom Italia resta italiana» ripete Franco Bernabè, convincente com’era il maresciallo Pietro Badoglio quando sosteneva che «la guerra continua»); la marcia perplessa dell’armata Air France verso l’Alitalia, a secco di capitali e piena zeppa di azionisti che vogliono scendere da bordo; coreani (Doosan), giapponesi (Hitachi) e americani (General Electric) in lista d’attesa per Ansaldo Energia, Ansaldo Sts e Breda, cessioni quasi inevitabili per evitare l’affondamento della Finmeccanica retrocessa al rango di junk bond. Intanto, al Monte Paschi di Siena, Fabrizio Viola e Alessandro Profumo mettono a punto il piano che prevede un aumento di capitale da 2,5 miliardi che decreterà in pratica l’uscita di scena della fondazione dalla cabina di comando di Rocca Salimbeni.

Non sarà facile trovare nuovi soci. Ancora più difficile, quasi impossibile, trovarli in Italia. Anche perché, come ha scritto Lucrezia Reichlin, in Europa si fa strada l’idea che per uscire fuori dal circolo vizioso di sofferenze e illiquidità alle banche italiane serva una cifra enorme, nell’ordine di 30 miliardi di euro, senz’altro non alla portata degli azionisti di riferimento, fondazioni ex bancarie comprese. Riuscirà il mondo del credito a superare l’esame dell’unione bancaria senza fare ricorso a massicce iniezioni da fuori? Forse, ma la questione è sempre più attuale, come dimostra lo studio del Bruegel Institute, l’influente think tank di Bruxelles che il 14 settembre scorso ha sollecitato un round di acquisizioni e fusioni cross border delle banche che altro non può essere che la calata delle banche nordiche verso sud.

Per carità, non ha senso in un mondo globale alimentare un clima da Titanic o da ultima spiaggia. Ma ad alimentare la sensazione di una ritirata disordinata e un po’ suicida contribuisce la solita disattenzione della politica. Non era difficile prevedere che la partita Telecom Italia si sarebbe decisa entro il 28 settembre, ultima data utile per dare la disdetta al patto Telco, scelta ampiamente anticipata da Mediobanca e Generali. Era altrettanto facile dedurre che, in parallelo, sarebbe stato necessario dare esecuzione alla golden power, la versione morbida (ma accettata da Bruxelles) della vecchia golden share, sufficiente però per consentire al governo di intervenire sulla materia della rete, l’asset strategico del cui scorporo si parla da anni. E che ora dovrà fare i conti con l’opposizione della Telefónica, destinata a comandare da sola in Telco (e di riflesso in Telecom Italia) dal prossimo gennaio. Ma i regolamenti attuativi del decreto presidenziale, come (troppo) spesso capita, sono ancora parcheggiati in chissà quale ufficio. E così, anche in questo caso, scatta la tentazione della supplenza della magistratura, come dimostra l’aspra opposizione che la Procura di Parma conduce contro la Parmalat targata Lactalis, accusata di voler scippare il tesoretto lasciato da Enrico Bondi tramite la cessione della consociata Usa.

In questa cornice, a difesa del sistema non resta che la Cassa depositi e prestiti, chiamata a proposito (e a sproposito) al ruolo di tuttofare: pivot per le privatizzazioni del patrimonio immobiliare e delle partecipazioni pubbliche, quotate e non; jolly da opporre agli investitori internazionali per difendere l’italianità dell’Ansaldo o, assieme e attraverso il Fondo F2i di Vito Gamberale, grande regista della società dell’operazione banda larga. E tante altre cose, perché non c’è dossier, dall’agricoltura al nonprofit, in cui non venga invocato l’intervento della Cdp. Al punto che il presidente Franco Bassanini ha dovuto far presente: «Noi siamo una società con missione pubblica che utilizza il risparmio privato».

Insomma, proprio mentre Enrico Letta cercava di vendere in Usa e Canada la «destinazione Italia» come una grande occasione per investire, nel Bel Paese si assiste a un’asta che ha il sapore della liquidazione a prezzi da sconto. Un’asta da cui, decisione un po’ curiosa, il governo si tiene fuori come se questo potesse rappresentare un punto a favore per attrarre quattrini. Anche altri paesi stanno bussando con grande energia ai gestori di Wall Street e della City. Shinzo Abe ha riunito a Tokyo le grandi banche d’affari per illustrare i piani della Tokyo olimpica. E la borsa giapponese, il mattino dopo, ha preso il volo. Boris Johnson, sindaco di Londra, ha arringato gli investitori con lo slogan «la Gran Bretagna sta vivendo il suo Concordia momentum», ovvero la Britannia è tornata a galleggiare. Noi, che la Concordia l’abbiamo raddrizzata per davvero, continuiamo a dividerci sull’operazione Britannia, intesa come la nave da crociera dove Mario Draghi lanciò, a metà anni Novanta, le privatizzazioni. Al solito, insomma, ci guardiamo alle spalle e non avanti. Anche se, per fortuna, qualcuno si è messo al passo.

Dietro le difficoltà del capitalismo di casa nostra, infatti, c’è anche un fenomeno virtuoso: la decisione, a partire da Mediobanca e Generali, di dare l’addio ai salotti buoni e al sistema dei patti di sindacato e delle partecipazioni incrociate, formula che ha protetto le maggioranze spesso a scapito dell’efficienza. E che ha consentito casi clamorosi di bad governance (il gruppo Ligresti è uno degli esempi). Una svolta non facile, delicata e anche obbligata, alla luce delle nuove regole di Basilea 3, che l’ex galassia del Nord ha effettuato 10 anni dopo la rivoluzione del capitalismo renano, quando in Germania si sciolse l’intreccio industria-banche-assicurazioni. Con grande profitto per l’industria (che ha attratto capitali da tutto il mondo) e salute dei colossi finanziari, Allianz in testa.

Anche lì, società ben più solida, ci furono scossoni, a partire dalle invettive contro le «cavallette del capitalismo» sollevate dalla sinistra della Spd di fronte all’aggressività dei private equity. Oggi quella è ormai una storia a lieto fine. Speriamo che anche quella italiana lo diventi.

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