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Economia

Sergio Marchionne, la Fiat e la beffa (prevista) su Fabbrica Italia

L'annuncio che il piano è "superato" e dunque anche gli investimenti era previsto. È l'ultima mossa di un manager che sta portando via la Fiat dall'Italia. Mentre altri credono nel nostro Paese

Sergio Marchionne, amministratore delegato del gruppo Fiat-Chrysler

Il 26 luglio scorso poche testate, tra cui Panorama.it, aveva dato conto della sparata di Sergio Marchionne contro la Volkswagen interpretandola con un minimo di “dietrologia”, e cioè considerandola un modo per dire che “Fabbrica Italia”, il piano di produzione italiana promesso da capo della Fiat nel 2010 e mai attuato, andava considerato archiviato. Ieri, la conferma ufficiale dal Lingotto: “Il piano Fabbrica Italia è un progetto superato”, ha comunicato Marchionne con una nota, ritenendo – bontà sua – di dover chiarire quello che ormai tutti ripetevano, politici, sindacalisti e analisti finanziari. Il prossimo piano industriale globale sarà annunciato il 30 ottobre, alla presentazione dei conti del terzo trimestre.

Una conferma che ribadisce quanto scritto anche sul settimanale Panorama a giugno .

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Bisogna soffermarsi un attimo sulla dinamica di quest'annuncio, perchè mai come stavolta la forma è sostanza. Quel 26 luglio, il sottosegretario allo Sviluppo Economico Claudio De Vincenti, rispodendo in aula per conto del governo ad un'interrogazione dell'ex ministro del Welfare Cesare Damiano, aveva detto: “È chiaro che Fiat con il progetto Fabbrica Italia ha preso degli impegni e che il governo italiano intende monitorare e verificare il fatto che questi impegni siano mantenuti”, annunciando l'intenzione di convocare il manager e chiedergli chiarimenti.

Il ministro del Welfare attuale Elsa Fornero aveva confermato, il 21 agosto a Rimini, di essere in attesa delle possibili “date” disponibili di Marchionne per un vertice che aveva concordato di svolgere a Roma al più presto.

Ebbene, il lider-maximo del gruppo Fiat-Chrysler , il manager col maglioncino fisso e da qualche mese la barba creativa, confermando una consuetudine di discutibile galateo istituzionale, ha svuotato di contenuti il possibile vertice – soddisfatta del trattamento, ministro Fornero? - ed ha vanificato la richiesta del governo espressa da De Vincenti. Se questa è la forma figuriamoci la sostanza.

C'è un'altra domanda, a questo punto, che bisogna rivolgere alla Fiat, che il governo dovrebbe rivolgere alla Fiat: Marchionne ha in animo di chiudere davvero un altro degli stabilimenti Fiat in Italia, dopo Termini Imerese, o s'impegnerà seriamente a non farlo? Inutile chiedere a lui, a un uomo così autoreferenziale da aver palesemente mancato all'impegno di ufficializzare solo con la Fornero l'archiviazione di “Fabbrica Italia”, e non prima, con un comunicato stampa. Il governo la domanda dovrebbe avere almeno l'orgoglio di rivolgerla alla proprietà della Fiat, che tanto deve all'erario italiano e al Paese in genere, in quanto erede diretta di 120 anni di storia aziendale a lungo sussidiata dallo Stato. C'è da augurarsi che lo faccia...

Per la cronaca, la nota diramata ieri da Fiat dice che dal piano annunciato nell'aprile 2010 ad oggi “le cose sono profondamente cambiate. Il mercato dell’auto in Europa è entrato in una grave crisi e quello italiano è crollato ai livelli degli anni settanta”. Con un tono puntiglioso e quasi piccato verso l'opinione pubblica, i politici e lo stesso governo, la nota Fiat di ieri ricorda – come se esclamasse: “Ma insomma, quante volte ve lo dobbiamo dire!?” - che “con un comunicato emesso il 27 ottobre 2011 aveva annunciato che non avrebbe più utilizzato la dizione 'Fabbrica Italia' perché molti l’avevano interpretata come un impegno assoluto dell’azienda mentre invece si trattava di una iniziativa del tutto autonoma che non prevedeva tra l’altro alcun incentivo pubblico”.

C'è stata, nel frattempo, “Fabbrica Serbia”, con i soldi di Belgrado (se glieli daranno davvero), ma questo il Lingotto non lo ricorda; e c'è stata “Fabbrica America”, con i modelli trovati dentro Chrysler. Fabbrica Italia, invece, kaputt.

Merita ancora ricordare quel che a fine luglio Marchionne aveva aggiunto sulla situazione automobilistica europea, schiumando rabbia contro la Volkswagen: “La politica di sconti aggressivi messa in atto da Volkswagen è un bagno di sangue sui prezzi e sui margini. Non ho mai visto una situazione così difficile, la Commissione europea dovrebbe coordinare una razionalizzazione del settore in tutte le compagnie, e quelli che davvero non si sono mossi in questo senso sono i francesi e i tedeschi, che non hanno ridotto minimamente la capacità. Le attuali deboli condizioni del mercato probabilmente si confermeranno nei prossimi 24-36 mesi, e gli investimenti in Italia, pur confermati, non potranno non essere condizionati dall'andamento del mercato che non è mai stato così debole". Si vede che pensa in inglese, perchè, in italiano, un investimento, se è “confermato” non può essere contemporaneamente “condizionato”...

E ieri, tanto per chiarire, Marchionne ha aggiunto nella sua nota: “Fiat-Chrysler oggi è una multinazionale e quindi, come ogni azienda in ogni parte del mondo, ha il diritto e il dovere di compiere scelte industriali in modo razionale e in piena autonomia, pensando in primo luogo a crescere e a diventare più competitiva. La Fiat ha scelto di gestire questa libertà in modo responsabile e continuerà a farlo per non compromettere il proprio futuro, senza dimenticare l’importanza dell’Italia e dell’Europa”.

Peccato per Marchionne che, nonostante la crisi, ci sia ancora gente che viene in Italia ad investire nell'industria manifatturiera metalmeccanica. L'hanno fatto, per esempio, comprandosi la Ducati, un gruppo di tedeschi, chiamato Volkswagen. Maledetti crucchi!

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