Economia

Riforme economiche per combattere l'Isis. La ricetta del Marocco

Occupazione, istruzione, trasparenza e giustizia considerate le armi più efficaci per frenare l'avanzata dei terroristi

Marocco

Il Re del Marocco Mohamed VI – Credits: FADEL SENNA/AFP/Getty Images

E se estremismo e terrorismo fossero direttamente proporzionali a disoccupazione e stagnazione? Foreign Policy avanza questa tesi discutendo del futuro del Marocco, che dal punto di vista della rivista americana rischia di ritrovarsi fagocitato dall'Isis se rinuncerà a premere l'acceleratore sulle riforme.

Perché l'Isis ha preso di mira il Marocco

Non è un caso che i principali bersagli dello Stato Islamico siano nazioni politicamente ed economicamente instabili. Attaccare uno stato che non funziona e far breccia nel cuore di poveri ed emarginati con promesse di pace, sviluppo e giustizia tanto allettanti quanto impossibili da mantenere è facile. Conquistare rispetto, stima e consensi in un contesto decisamente meno vulnerabile, invece, è (quasi) impossibile. Eppure, dopo l'Iraq, la Siria e la Libia, l'Isis sembra aver messo gli occhi sul Marocco.

Anche se il numero dei foreign fighters è impossibile da calcolare con precisione, fonti del Foreign Policy ritengono che i combattenti di origine marocchina già reclutati dall'Isis siano oltre un migliaio. E il rischio che il paese corre oggi è che questi ragazzi tornino in patria per cercare nuovi adepti. Nella consapevolezza che se verrà definitivamente tolto il piede dall'acceleratore delle riforme i terroristi in erba troveranno in Marocco un ambiente ancora più ricettivo di quello mediorientale.

Perché il paese è di fronte a un bivio

Sono sempre di più gli analisti convinti che il Marocco si trovi oggi di fronte a un bivio. Da un lato rischia, lasciandosi travolgere dalle conseguenze di un tasso di povertà e di disoccupazione giovanile in rapido aumento e da una tendenza sempre più marcata a reprimere il dissenso con la forza, di trasformarsi nella prossima vittima dell'Isis. Dall'altro, sfruttando un passato fondato su una solida tradizione di innovazione e sviluppo che ha permesso ai migliori principi dell'economia occidentale e islamica di dialogare, potrebbe ricominciare a crescere, trasformandosi allo stesso tempo in una valida alternativa per tutti quei paesi islamici che non riescono a uscire dalla crisi economica rischiando di ritrovarsi prima o poi tra le tante vittime dell'Isis.

I numeri dell'economia marocchina

Il destino del Marocco sembra oggi dipendere da due variabili. I giovani e il Re. I primi perché sono loro il bacino di utenza preferito dei militanti islamici, quindi più la loro situazione peggiorerà, più sarà difficile per il governo mantenerne il consenso e il controllo. Il secondo perché la transizione di Mohammed VI verso una monarchia costituzionale dopo la primavera araba del 2011 è stata interrotta, creando un ibrido ancora meno governabile (e più vulnerabile) di prima.

I numeri lo confermano: la disoccupazione giovanile ha raggiunto oggi la media del 20,6 per cento, con picchi che sfiorano il 40 per i ragazzi di età compresa tra i 15 e i 20 anni che vivono nelle aree urbane. Come se non bastasse, i disoccupati "non qualificati" sono appena il 4,5 per cento, mentre quelli qualificati o laureati sono, rispettivamente, il 21,7 e il 24,6 per cento. Se infine si aggiunge che questi dati sono rimasti più o meno gli stessi dal 2000 ad oggi, il livello di frustrazione e di rabbia che si respira tra le fasce più giovani della popolazione (e non solo) diventa ancora più facile da comprendere.

Eppure, le scelte di Re Mohammed VI dopo la primavera araba di aumentare l'indipendenza del primo ministro e del Parlamento e di approvare una nuova Costituzione in cui venisse concesso più spazio alla protezione di libertà civili e diritti umani avevano creato non poche aspettative in merito al futuro del Marocco. Aspettative che secondo gli analisti potrebbero ancora essere soddisfatte se il paese decidesse di ultimare quella che al momento si è consolidata come "transizione incompleta". Un caos di competenze e responsabilità che, con la complicità della crisi economica internazionale, ha lasciato la nazione in uno status di impasse da cui nessuno ha la forza e l'autorità di farla uscire.

Perché il Marocco deve trovare la forza di reagire

Povertà, disuguaglianza, analfabetismo, disoccupazione, sono tutti indicatori che, in Marocco, stanno aumentando troppo in fretta. Il tasso di crescita, invece, è passato dal 4,6 per cento del periodo 2000-2010 a un più contenuto 3,7 per cento nei quattro anni successivi. Per fortuna, però, il paese ha difronte un bivio, non una strada senza uscita. E anche per Re Mohammed VI diventa ogni giorno più evidente quanto convenga cedere alle pressioni della coalizione di governo guidata dal Partito per la Giustizia e lo Sviluppo che trasformarsi in una preda facile per l'Isis. Del resto, la prima sostiene di volere più autonomia e più autorità da usare per creare nuovi posti di lavoro, riqualificare la forza lavoro puntando sull'istruzione, combattere la corruzione promuovendo trasparenza e giustizia, e migliorare le opportunità di business nel paese. Vista l'alternativa, al regime conviene cedere, o almeno individuare un compromesso che funzioni meglio. E anche in fretta visto che, nel frattempo, il numero delle cellule Isis che vengono scoperte sul territorio nazionale con cadenza settimanale continua ad amentare.

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