Economia

Privatizzazioni: cosa può vendere Letta, se ci riuscirà

Il premier annuncia un piano di dismissioni di beni e partecipazioni pubbliche. Dalle Poste alle Ferrovie, ecco come si compone il tesoro dello stato

Il premier Enrico Letta con il ministro dell'Economia, Fabrizio Saccomanni (credits:Ansa)

Un piano di privatizzazioni da far partire in autunno. E' l'obiettivo annunciato oggi in un'intervista al Messaggero dal premier Enrico Letta, che ribadisce la volontà del governo di dismettere una parte del patrimonio statale, per far scendere il peso del debito pubblico. Non si tratta, a ben guardare, di una grande novità: le privatizzazioni erano infatti già state inserite nell'agenda dell'esecutivo, nel momento in cui il presidente del consiglio si è insediato a Palazzo Chigi e ha illustrato il proprio programma in Parlamento.

PRIVATIZZAZIONI: IL TESORETTO DELLO STATO

Resta da vedere, però, cosa realmente il governo Letta (e il ministro dell'economia, Fabrizio Saccomanni), riusciranno a portare sul mercato in tempi brevi, pescando nel cospicuo tesoro delle società a partecipazione pubblica o nell'immenso patrimonio immobilare dello stato e degli enti locali. Le stime più dettagliate sul valore delle partecipazioni azionarie in pancia al governo di Roma sono state fatte del'Istituto di ricerca Bruno Leoni (Ibl) che, qualche mese fa, ha calcolato un valore complessivo di 135,9 miliardi di euro, di cui più di 90 miliardi derivano da società non quotate in borsa e altri 44 miliardi da aziende presenti sul listino di Piazza Affari.

In particolare, secondo gli analisti dell'Ibl, nell'universo delle società quotate spiccano per importanza le partecipazioni detenute dal Ministero dell'Economia (anche attraverso la Cassa Depositi e Prestiti) in Eni (per un valore di 24,8 miliardi di euro), nell'Enel (11,3 miliardi), in Snam (4,3 miliardi), Terna (2,2 miliardi), Finmeccanica (1 miliardo) e StMicroelecrtonics (800 milioni).

LE SOCIETA' NON QUOTATE

Ben più cospicuo è invece il tesoretto dello stato rappresentato dalle società non quotate, molte delle quali sono però difficilmente vendibili in tempi brevi, poiché hanno bisogno di un processo di ristrutturazione, riorganizzazione o addirittura di un risanamento. Il valore maggiore, secondo le stime, è rappresentato dalla partecipazione nelle Ferrovie dello Stato (36,1 miliardi), seguita dall'Anas (22,9 miliardi), da Poste Italiane (4,4 miliardi) e da Sace (6,4 miliardi), gruppo specializzato nella fornitura di prodotti assicurativi per le imprese. Altri 2,6 miliardi di euro sono invece rappresentati dal controllo di Fintecna, società che ha un business abbastanza diversificato, visto che controlla Fincantieri e gestisce un ingente patrimonio immobiliare in tutta Italia.

IMMOBILI PUBBLICI: I PIANI PER VENDERLI

Infine, resta da sciogliere il nodo della vendita degli edifici e terreni pubblici, il cui valore complessivo è stimato nell'ordine di 368 miliardi di euro. Già nella scorsa legislatura, il governo Monti aveva elaborato un piano per attuare 100 miliardi di dismissioni in 5 o 6 anni, che però sono rimaste ancora sulla carta. Qualche mese fa, è poi circolata l'ipotesi di creare una società-veicolo, in cui far confluire quegli immobili pubblici che sono difficilmente alienabili nel breve termine, poiché hanno bisogno di essere riqualificati o di subire un cambiamento nella destinazione d'uso.

Le quote di questa nuova società, che sarebbe un soggetto di diritto privato, verrebbero poi acquistate in un momento successivo da investitori qualificati come le banche, le fondazioni o le compagnie assicurative, per un valore totale di oltre 200 miliardi di euro, da impiegare nella riduzione del debito. Questi progetti incontrano però molte difficoltà tecniche nell'attuazione, giacché gran parte degli immobili pubblici sono formalmente di proprietà degli enti locali e in particolare dei Comuni, che difficilmente si faranno sottrarre una fetta del loro patrimonio.

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