Economia

Perché Linate e Malpensa rischiano di licenziare 2.300 persone

L'incredibile storia del referendum tra i lavoratori che boccia un'intesa sindacale che avrebbe salvato 2000 posti di lavoro e invece autorizza il licenziamento di tutti i dipendenti di Sea Handling

Un'immagine delle attività di check-in all'aeroporto milanese di Linate. (Credits: Damien Meyer/Afp/Getty Images)

In Lombardia, nel silenzio generale, stanno per partire 2.300 lettere di licenziamento. E la cosa sconcertante è che l'hanno scelto i lavoratori attraverso un referendum. La storia è quella della Sea Handling, società controllata dalla Sea, a sua volta posseduta al 54% dal Comune di Milano e al 44% più una serie di altri azionisti minori sia pubblici che privati. E' una storia piuttosto incredibile e per capire come sia possibile che nel silenzio generale 2.300 persone rischino il posto, occorre raccontare la storia dall'inizio. Cioè dal 1999 quando una direttiva europea impone di aprire alla concorrenza i servizi di terra di tutti gli aeroporti: dove prima c’era un monopolista, deve entrare la concorrenza. Nel 2002 la Sea, che gestisce gli aeroporti milanesi di Linate e di Malpensa, decide quindi di societarizzare quella che fino ad allora era una semplice divisione facendo nascere Sea Handling Spa, interamente controllata dalla capogruppo, che si mette in competizione con i nuovi arrivati.

Passando dal monopolio al regime di concorrenza, però, emergono le magagne: troppi dipendenti, 2300 circa, e costo del lavoro molto più alto rispetto ai competitor di circa il 20%. Con questi numeri è fatale che Sea Handling chiuda sempre in perdita: ogni anno tutti gli anni per 11 anni. Certo, il rosso cala progressivamente: dai 50 milioni del 2002 ai circa 7 del 2013, ma sempre si perdite si tratta. Per evitare di portare i libri in tribunale, Sea ripiana, tutti gli anni, il rosso. All’ennesima ricapitalizzazione un concorrente privato fa ricorso presso l’Antitrust europeo sostenendo, proprio in virtù del fatto che la società è controllata da enti pubblici, che quei soldi sono “aiuti di Stato” illegali. Parte l’indagine dell’Europa che si conclude imponendo a Sea Handling di restituire alla Sea circa 460 milioni, pari alla somma delle ricapitalizzazioni più interessi. Una sentenza alla quale la Sea ha fatto ricorso ma il giudizio di merito arriverà solo alla fine del 2015-inizio 2016. Il ricorso si basa sul fatto che è assai difficile (per non dire impossibile) sostenere che le ricapitalizzazioni di Sea Handling fossero aiuti di Stato visto che la Sea non ha mai ricevuto soldi dagli azionisti (sia pubblici che privati) i quali, al contrario, hanno incassato in questi anni circa 700 milioni di dividendi. 

La risposta dell'Europa, come detto, arriverà tra più di un anno ma, nel frattempo, occorre risolvere la questione immediata, cioè ottemperare alla richiesta della Ue cercando di non far fallire Sea Handling che provocherebbe licenziamenti di massa. Per questo il nuovo presidente della Sea, Pietro Modiano, intavola una lunghissima trattativa con i sindacati sulla base di un piano molto semplice: Sea Handling sarebbe stata liquidata, sarebbe nata una nuova Spa, chiamata "Airport Handling" la quale, per segnare la completa discontinuità con il passato, non avrebbe avuto in portafoglio nessuno dei clienti della "vecchia" Sea Handling. Praticamente si sarebbe dovuta andare a cercare i clienti uno per uno vedendosela faccia a faccia con gli altri concorrenti. Naturalmente c’è il problema del costo del lavoro. L’ipotesi iniziale era di ridurlo, per tutti i dipendenti, di circa il 20% e dei 2.300 assunti, solo 1700 sarebbero stati impiegati nella nuova società. Alla fine della lunghissima trattativa sette sigle sindacali, Flai Sinpa Ugl Cgil Cisl Uil e perfino gli autonomi dell’Usb, mettono la firma sotto un accordo molto migliore, propiziato anche da un’iniziativa del ministro delle Infrastrutture, Maurizio Lupi, che stabilisce che il controlli ai varchi aeroportuali possono essere effettuati anche dai dipendenti delle società di handling e non solo dai militari. Questo permette di mantenere al lavoro non più 1700 persone ma circa 2000 mentre 300 sarebbero state accompagnate all’uscita con incentivi di vario tipo, prepensionamenti compresi. Riguardo al salario: invece di una riduzione del 20%, i sindacati accettano una proposta molto migliorativa avanzata da Pietro Modiano: la retribuzione cala del 9% che, però, viene coperta per i primi due anni da una "una tantum" e, dal terzo anno in poi, grazie agli incentivi alla produttività, la busta paga poteva lievitare anche al di là dell'attuale livello retributivo.

Nell’accordo viene inserito, però, l’obbligo di un referendum tra i lavoratori che doveva sancire l’intesa ma, nonostante l’assoluta tranquillità delle sigle sindacali, la soddisfazione dell’azienda, il via libera informale di Bruxelles e il placet del ministro Lupi, la scorsa settimana succede l’imprevedibile: l’accordo viene bocciato dai dipendenti di Sea Handling con il 58% dei voti. L'accordo, che salvava 2000 posti di lavoro, salta. E' nullo. Ben 7 sigle sindacali vengono sconfessate in modo plateale.

A questo punto la vicenda è a un punto morto. Lunedì 30 giugno Sea Handling verrà comunque liquidata e il primo luglio Airport Handling comunque nascerà ma, avendo perso gli interlocutori, e non avendo più obblighi derivanti da un contratto firmato con i sindacati, la nuova Spa potrà decidere quante persone assumere e quanto pagarle. Per tutte le altre l'unico destino è quello di restare, dal primo luglio, senza lavoro: le procedure per il licenziamento di tutti i 2.300 dipendenti sono già state avviate. A ora non sembra esserci nessuna strada alternativa percorribile. A meno di un miracolo. Che però deve avvenire in fretta.

© Riproduzione Riservata

Commenti