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Economia

Paul Krugman e Joseph Stiglitz: ecco perché la crisi ha messo in crisi il capitalismo

I due economisti ne sono convinti. È arrivata la "primavera americana": privilegi per pochi e mobilità sociale ai minimi storici

Il Premio Nobel per l'economia Joseph Stiglitz (Mauro Scrobogna /LaPresse)

L’annuncio è di quelli a cui prestare orecchio. Nei loro ultimi saggi, i Premi Nobel per l’economia Paul Krugman e Joseph Stiglitz hanno messo nero su bianco il pericoloso intreccio che lega crisi economica, a quella politica e sociale. Con “End this depression now!” e “The price of inequality” (“Mettete fine a questa depressione adesso!” e “Il prezzo dell’ineguaglianza”), i due economisti americani avvertono che la gestione della crisi è disastrosa e le conseguenze potrebbero essere devastanti.

L’America, per Krugman è prigioniera di una trappola di liquidità e basterebbe aumentare la spesa pubblica e dire chiaro e tondo che l’espansione monetaria continuerà fino alla ripresa, per uscire dal tunnel. Solo così si potrà mettere fine agli sforzi dei cittadini di ripianare i propri debiti e si farà ripartire la domanda.

Sfortunatamente, però, l’America non usa la propria conoscenza delle dinamiche di mercato per alleviare le condizioni di chi è in profonda sofferenza economica. L’élite economica e politica del Paese, infatti, è sempre più isolata dagli americani che lottano per far quadrare i conti. Perchè troppe persone che contano – politici, imprenditori, giornalisti e opinionisti – hanno una serie di pregiudizi ideologici e politici che li portano a rifiutare le conclusioni di generazioni di economisti. Per le famiglie di reddito medio, anche prima della crisi, l’incremento delle entrate era legato a maggiori ore lavorate e non a uno stipendio più alto. “Per una piccola maggioranza influente, invece, l’era della deregulation finanziaria e della crescita del debito è stato un periodo di straordinaria prosperità", scrive l'economista.

Stiglitz rincara la dose: la crescente differenza fra l’1% di super-ricchi e il rimanente 99% non è solo una preoccupazione fra tante, ma la caratteristica distintiva di un'economia profondamente malata.“Possiamo anche essere la nazione più ricca al mondo, ma la povertà è più alta e la mobilità fra generezioni è la più bassa degli altri Paesi ricchi". Le ragioni, per Stiglitz, vanno ricercate in "vantaggi di mercato politicamente ingegnerizzati: così che i grandi vantaggi di pochi sono pagati da tutti".

I ritorni economici superiori alla media di mercato sono frutto di trattamenti politici di favore. I profitti spettacolari dell’industria energetica, per esempio, contano pesantemente sul fallimento dei regolamenti e posssono così non tenere conto dei costi sociali ed economici associati alla degradazione dell’ambiente, cambiamento climatico incluso. Allo stesso modo, la crescente aggressività delle operazioni di Wall Street ha creato rischi immensi per il sistema economico. Ma i costi sono sopportati da tutti, in particolare dai milioni di disoccupati, mentre i profitti sono rimasti nelle mani di pochi.

Stiglitz, dunque, invita chi è al potere ad apportare un cambiamento, oppure quel tipo di rivolte popolari che stanno attraversando il Medio Oriente arriverà negli Stati Uniti: “In molti modi, il nostro Paese è diventato come uno di quelli che servono gli interessi di un’élite. Noi abbiamo un grande vantaggio, viviamo in una democrazia, ma è una democrazia che riflette sempre di meno gli interessi di una larga fetta della popolazione".

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