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Economia

Decreto Sviluppo, Giacomo Vaciago lo boccia: "C'è poca innovazione per far ripartire l'economia"

Parla il noto economista "il ministro Passera dovrebbe leggersi gli scritti di Philippe Aghion, congliere del neo-presidente francese Francois Hollande".

Mini-bond per aiutare le piccole imprese a finanziarsi, un riordino degli incentivi alle aziende, agevolazioni fiscali per le ristrutturazioni edilizie e per chi investe in ricerca o assume personale qualificato.

Sono questi alcuni dei punti più significativi del Decreto Sviluppo, il pacchetto di misure (ormai pronto per essere approvato dal governo) che ha l'obiettivo di far ripartire la crescita. Un capitolo a parte, per volontà del ministro dello Sviluppo Economico, Corrado Passera , sarà dedicato anche alle grandi opere, con alcuni provvedimenti fiscali a favore dei project bond , le obbligazioni europee che, nei prossimi anni, dovrebbero finanziare la costruzione di infrastrutture in tutto il continente.

“Mi chiedo se Passera abbia ben presente cosa significhi, oggi, il termine  crescita economica”, commenta con molta ironia Giacomo Vaciago , docente di politica economica alla Cattolica di Milano, che boccia in pieno le misure messe in cantiere dall'esecutivo.
Secondo Vaciago, il ministro dovrebbe prima di tutto leggersi gli scritti di Philippe Aghion , professore ad Harvard e consigliere del neo-presidente francese Francois Holland.

Cosa sostiene Aghion?  

Nel suo libro Handbook of Economic Growth, spiega bene quello che molti paesi come gli Stati Uniti e la Gran Bretagna hanno capito da tempo, a differenza dell'Italia. Oggi, per una nazione industrializzata la crescita economica è sinonimo di innovazione.

Dunque?

E' proprio questo che serve all'Italia: innovazione del lavoro, dei processi produttivi ma, soprattutto, del suo elefantiaco apparato burocratico e amministrativo, che è il principale freno allo sviluppo.

Il ministro Passera non l'ha capito?

Mi sembra che il ministro abbia una concezione vecchia e superata della crescita economica, di stampo keynesiano. Crede che, per far ripartire l'economia, si debba favorire l'accumulazione del capitale, puntando per esempio sulle grandi opere. Si vuole stimolare la domanda, insomma, mettendo la gente a scavare le buche.  

Perché, lei pensa forse che le grandi opere pubbliche in Italia non servano?

Non dico questo. Mi chiedo se le grandi opere siano ciò di cui l'Italia ha davvero bisogno in questo momento per tornare a crescere velocemente. Lo sa quanto tempo occorre per mettere definitivamente in cantiere una nuova infrastruttura?

Quanto?

Almeno 1 anno, a essere ottimisti. I primi 12 mesi servono soltanto per fare progetti. Per questo, alcuni dei vecchi economisti keynesiani sostenevano che uno stato dovrebbe avere sempre nel cassetto un insieme di piani infrastrutturali già pronti, da rispolverare velocemente nel momento del bisogno. Sarebbe meglio se in Italia concentrassimo tutti i nostri sforzi per finire le opere pubbliche già iniziate, prima di pensare a progettarne delle nuove.

Ma cosa significa, per il nostro paese, stimolare l'innovazione come piacerebbe ad Aghion?

Vuol dire puntare sulle tecnologie, la banda larga, il telelavoro, e, come dicevo, snellire il nostro apparato amministrativo. In tutti gli uffici pubblici circola una montagna di carta che rende inefficiente il sistema. I privati cittadini e le aziende del nostro paese perdono un sacco di tempo per svolgere pratiche burocratiche che, proprio grazie a internet e alle nuove tecnologie, potrebbero essere velocizzate alla grande. Sono queste le cose che rendono poco attraente l'Italia agli occhi degli investitori esteri.

Anche queste riforme, però, richiedono tempo. Non è così?

Senz'altro meno tempo di quello che occorre per realizzare una grande opera. Ormai milioni di persone hanno a casa internet. E allora dico: usiamolo al meglio per innovare il nostro sistema produttivo.

Un esempio?

Ci sono molti italiani che potrebbero lavorare a distanza, cioè da casa, senza intasare ogni mattina le strade delle città con le loro automobili o riempire i mezzi pubblici. Eppure, di misure per stimolare il telelavoro finora ne ho viste ben poche. Se vi fossero, sarebbero davevro una rivoluzione. La mia considerazione vale anche e soprattutto per i dipendenti pubblici: negli anni scorsi, l'ex-ministro Brunetta si è dato da fare per ridurre l'assenteismo degli impiegati statali e riportarli negli uffici. Mi chiedo se ne è valsa la pena.

In che senso?

Sarebbe meglio se, invece di tornare in ufficio per lavorare poco o male, molti dipendenti pubblici svolgessero le loro mansioni comodamente da casa, diventando però un po' più produttivi.

Come?

Semplicemente grazie a un adeguato sistema di misurazione dei risultati che ottengono con il loro lavoro, cioè della produttività.

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