Economia

Ungheria in crisi: riforme in cambio di 15 miliardi

La deriva autoritaria del primo ministro Viktor Orban non piace al Fmi. Che impone le sue regole

Manifestazione dell'opposizione al primo ministro ungherese Viktor Orban in Budapest (Credits: AP Photo/Bela Szandelszky)

La scadenza è fissata per il 12 luglio. Secondo Mihaly Varga, esponente del Governo incaricato dei rapporti con il Fondo Monetario Internazionale e la Bce, è questa la data per l’implentazione delle riforme necessarie a garantire l’indipendenza della Banca Centrale. Una clausola imprescindibile al dialogo, secondo Christine Lagarde che, lo scorso dicembre, aveva messo il veto a qualsiasi sostegno per l’Ungheria da parte dell’istituzione di cui è presidente.

L’obiettivo dell’Ungheria è l’apertura di una linea di credito da 15 miliardi di euro, una richiesta avanzata già lo scorso novembre, dopo che i titoli del debito erano stati classificati come junk. La disponibilità dei fondi, però, si è arenata sull’inversione di rotta in senso autoritario introdotta dal Premier Viktor Orban il cui successo politico, come ha ricordato il New York Times in un articolo pubblicato alla fine di aprile , deve molto del suo potere alla crisi che si è abbattuta sul Paese a cui ha promesso la creazione di un milione di posti di lavoro entro il 2020. Con i due terzi dei seggi in Parlamento, il suo partito Fidesz ha introdotto con il 1° gennaio una nuova costituzione e ha incrementato il potere sui media e sulla giustizia.

L’Ungheria, considerata un pericoloso indicatore delle tendenze anti-democratiche dei Paesi dell’Est europeo, ha un bilancio fortemente legato all’Unione, pur non essendo parte dell’eurozona. Dei 140 miliardi di dollari forniti al Paese e agli imprenditori, 120 provengono da banche europee. In testa alla classifica per esposizione, le banche austriache, con prestiti per 42 miliardi di dollari, seguite da quelle italiane con 24, secondo i più recenti dati (resi noti a gennaio) della Bank for International Settlements.

Negli ultimi sette mesi, inoltre, l’Ungheria ha raggiunto il record della valuta più volatile del mondo. A inizio febbraio, gravata da 271 milioni di dollari di debiti, la compagnia aerea nazionale Malev ha lasciato a terra i passeggeri e sono 160 mila gli ungheresi che, avendo sottoscritto un mutuo legato a valute straniere come l’euro o il franco svizzero, si confrontano ogni mese con le inevitabili conseguenze. Nel primo trimestre dell’anno, inoltre, l’economia si è contratta dell’1,2% (secondo Reuters è il risultato peggiore dell’Europa a 27), un dato che sta mettendo in discussione le previsioni di crescita dello 0,1% anticipate dal Governo di Budapest.

Non stupisce, dunque, che nel mese di maggio il sentimento sull’economia degli ungheresi abbia registrato la più grande caduta dall’esordio della crisi finanziaria internazionale. L’atteggiamento del business e dei consumatori, infatti, è stato definito “profondamente pessimista” nell’indagine condotta dall’istituto di ricerca Gki che tiene conto del saldo fra risposte positive e negative a domande sulle previsioni economiche.

Il sentimento sull’economia, in particolare, è passato a -24,9 rispetto a -19,3 di aprile. L’indice della fiducia del business è scivolato a -14 (era -9 ad aprile) e quello dei consumatori è passato da -48,8 a -55,9. Il pessimismo sul futuro, secondo una recente ricerca Ipsos, riguarderebbe l’81% dei cittadini. Nel tentativo di riportare il deficit sotto il 3%, il Primo Ministro Viktor Orban sta mettendo a punto nuove tasse: sulle telefonate, sulle transazioni finanziarie e sulle assicurazioni. Oltre ad aver aumentato l’imposta sul valore aggiunto dal 25 al 27% e ad aver imposto una tassa sul junk food, come fa notare The Economist .

Secondo il settimanale britannico, l’economia ungherese è una fre le più deboli della regione, mentre il debito pubblico si aggira sull’80% e gli interessi sui titoli pubblici hanno toccato il 9%. Nonostante la salute delle esportazioni, la fragilità del debito rende il Paese particolarmente esposto agli eventi dell’Europa meridionale. Per non parlare di una crescita della corruzione, una radicalizzazione dell’estremismo e una forte propensione all’emigrazione dei più giovani.

Su una popolazione che sfiora i dieci milioni di persone, il tasso di disoccupazione ha raggiunto l’11,5% a febbraio, mentre l’inflazione, nel mese di maggio, ha toccato il 5,3%. A farne le spese, secondo un recentissimo rapporto dell’Unicef, sono soprattutto i bambini. L’Ungheria, infatti, ha uno fra i più alti tassi di povertà dell’Unione: il 30% dei bambini manca di tre pasti al giorno, di un posto tranquillo dove studiare e di libri a casa. Il 10% vive sotto la soglia della povertà.

La preoccupazione degli osservatori internazionali, infine, abbraccia anche i diritti umani. È un esempio la discussa legge, entrata in vigore ad aprile, che criminalizza i senzadimora, sottoponendo gli 8 mila senza tetto della capitale e gli oltre 20 mila stimati nel Paese a multe e, evenutalmente, reclusione, nel caso di recidiva nell’occupazione di suolo pubblico. Un’ennesima sfida all’articolo 34 della Carta dell’Unione Europea che punta a combattere l’esclusione sociale e la povertà.

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