Economia

3 mosse per crescere del 3%

L’Italia rischia di rivedere i livelli di Pil pre-crisi solo nel 2022 e di non riuscire a far scendere il debito. Uno scenario da incubo. Per evitarlo, il centro studi Economia reale suggerisce una cura shock con tagli alle spese per l’acquisto di beni e per i trasferimenti a fondo perduto. E con una riduzione del debito grazie al fondo immobiliare

Il premier Matteo Renzi – Credits: GettyImages

di Mario Baldassarri, presidente del Centro studi Economia reale.

Nelle previsioni di Economia reale, la crescita del Pil nel 2014 si fermerà a un modesto più 0,3 per cento e potrebbe portarsi all’1 per cento all’anno tra il 2015 e il 2018. Il livello reale del Pil del 2007 (prima della crisi) sarebbe raggiunto soltanto nel 2022. Il deficit pubblico non raggiungerebbe mai lo zero e il rapporto debito pubblico-Pil, dal 134 per cento di quest’anno, scenderebbe a poco meno del 130 nel 2018, ben lontano da quanto prescrive il fiscal compact. È questo un quadro di ripresa fragile e insufficiente a fronteggiare le gravi condizioni economiche e sociali che si prolungano ormai da sette anni.

È necessario allora chiedersi quale strategia di riforme strutturali e di spostamenti significativi nelle poste del bilancio pubblico (tra le diverse voci di spesa e di entrata) è necessaria per accelerare la ripresa in modo da anticipare i tempi di uscita dalla crisi... "cinque anni prima", cioè nel 2017-2018.

Entro il prossimo settembre il governo Renzi dovrà presentare la sua Legge di stabilità. Al fine di contribuire a un concreto e positivo confronto abbiamo pertanto articolato una proposta. Si tratta di tagliare la spesa corrente in due specifiche voci: acquisti di beni e servizi e trasferimenti a fondo perduto. Si libererebbero così circa 38 miliardi di risorse (più o meno quanto indicato dal commissario Carlo Cottarelli) che permetterebbero di ridurre le tasse su famiglie e lavoratori per 15 miliardi e sulle imprese per altri 15 miliardi, aumentando gli investimenti pubblici infrastrutturali per circa 8 miliardi. Sulla base di questa strategia, la crescita del Pil potrebbe attestarsi attorno al 2 per cento all’anno a partire dal 2015. Di conseguenza, il livello reale del Pil e il tasso di disoccupazione si riporterebbero ai livelli del 2007 nel 2018. Sempre entro il 2018, il deficit pubblico verrebbe azzerato e il rapporto debito-Pil scenderebbe a circa il 120 per cento. Non sarebbe rispettato alla lettera il Fiscal compact, ma sarebbe ben difficile assegnare all’Italia una procedura di infrazione alla luce dei progressi solidi e strutturali così realizzati.

La riduzione del debito, come noto, non è soltanto una prescrizione dell’Unione europea, ma una esigenza interna italiana per ridurre gli interessi che dobbiamo pagare ogni anno. Abbiamo allora prodotto due ulteriori simulazioni: una "interna" all’Italia e una "esterna".

La prima consente una forte riduzione del debito pubblico attraverso lo strumento del Fondo immobiliare Italia messo in grado di anticipare finanziariamente (con emissione di obbligazioni convertibili in azioni) i tempi lunghi della vendita del patrimonio immobiliare pubblico e, con la prima tranche nel 2015, consenta anche il pagamento di tutti i debiti pregressi delle pubbliche amministrazioni verso le imprese per circa 80 miliardi di euro. La seconda si riferisce alle decisioni della Bce mirate a evitare una pericolosa deflazione e a riportare l’euro verso un cambio più "terrestre" (1,1 dollari per 1 euro) e meno "lunare" (1,4).

Con la Legge di stabilità proposta, l’abbattimento del debito e l’euro in discesa la crescita del Pil si collocherebbe in modo stabile sopra il 3 per cento all’anno. Il deficit sarebbe azzerato a fine 2016 e il rapporto debito-Pil andrebbe sotto il 100 per cento. Non solo sarebbe rispettato il Fiscal compact, ma potremmo realizzare progressi solidi e strutturali che consentirebbero un ulteriore risparmio di interessi pari ad almeno 20 miliardi di euro all’anno.

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