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Telecom Italia, la soluzione (possibile) ai suoi problemi

Un intervento pubblico o para pubblico per evitare che la società finisca nel carniere dei concorrenti spagnoli di Telefònica

Franco Bernabé presidente e a.d. di Telecom Italia (Credits: DANIELE SCUDIERI / Imagoeconomica)

Il presidente del consiglio Enrico Letta si è schierato contro la prospettiva che l'Aeroporto di Venezia, ovvero la società che lo gestisce – la Save, privata – finisca preda della Fraport, il colosso tedesco del settore cui fa capo l'enorme scalo di Francoforte. Come potrebbe essere d'accordo con la prospettiva che Telecom Italia finisca nel carniere dei concorrenti spagnoli di Telefònica?

Forse non è un caso se oggi il Corriere della Sera, con un denso editoriale, elencava le ragioni per cui è bene che il Paese-Italia "non permetta" il blitz di Telefonica, ed è opportuno ricordare che secondo azionista del Corriere è quella Mediobanca che in Telecom controlla indirettamente (attraverso Telco) il 41% (in proprio e tramite la propria partecipata Generali). Quindi, fermo restando che in tante occasioni il Corriere ha dimostrato di essere indipendente da Mediobanca, anche a costo di pestarle i calli, su un endorsment così netto è probabile che le visioni del giornale e dell'istituto coincidano. E che per entrambi Telefonica deve restare "al posto suo".

Nel frattempo, l'amministratore delegato di F2i Vito Gamberale in audizione al Senato ha puntato il dito contro lo scorporo della rete fissa deciso in luglio da Telecom, ipotizzando che si tratti più di una mossa tattica per tamponare il problema del debito che schiaccia Telecom che non un modo per favorire lo sviluppo della rete a banda larga in Italia: con ciò implicitamente muovendo una critica al progetto proposto dall'attuale management e approvato dall'attuale consiglio d'amministrazione.

Qualcuno ha letto nell'uscita di Gamberale – che è stato il fondatore di Tim e tra i primissimi in Italia a intuire le straordinarie potenzialità della telefonia mobile – un'autocandidatura a subentrare all'attuale azionariato-guida di Telecom ed all'attuale management. Non è così, al coriaceo manager molisano forse piacerebbe essere richiesto da terzi di un intervento “salvifico” ma – in mancanza di un appello del genere “demiurgo, salvaci tu!” - ha tante altre cose da fare anche senza Telecom, per esempio sviluppare attraverso la controllata Metroweb la rete alternativa in banda larga che già copre una trentina di città italiane.

Certo, però, che più il tempo passa e più Telecom sprofonda come in un bradisismo nelle sabbie mobili della sua impotenza finanziaria e più saltano agli occhi di tutti i due “mali oscuri” del gruppo: la strategia attendista del management che, pur avendo ottenuto negli anni un importante calo del debito, da 37 a 28 miliardi netti, non è riuscita a sanare il problema, ancora oggi talmente grave da tagliare le ali a qualunque prospettiva di ripresa industriale del gruppo; e il mostruoso conflitto d'interessi di Telefonica, entrata nell'azionariato al fine di castrare le ambizioni di crescita che Telecom nutriva sia in Europa che in Sudamerica con la riserva mentale di papparsi poi la sderenata partecipazione per due lire ma nel frattempo, essendo stata a sua volta gestita malissimo (anche peggio di Telecom), ha accumulato il debito monstre di 51 miliardi di euro, per cui oggi non ha i soldi per accollarsi anche i debiti della partecipata italiana. Insomma, l'”impasse” non potrebbe essere più totale.

E allora? Allora serve un principe azzurro che inchiodi Telefonica alle sue responsabilità proponendo per Telecom - dall'interno dell'attuale azionariato (Fossati, per esempio, che non ha mai abbastanza maledetto la sciagurata idea di comprare il 5% di un colosso declinante) ma anche dall'esterno - l'aumento di capitale di almeno 3, ma meglio 5, miliardi di euro che servirebbe non per “volare” ma per ricominciare a respirare. Sarebbe un bello spettacolo, allora, vedere i consiglieri designati da Telefonica, da Mediobanca come anche da Generali e Intesa dire di no, condannando l'azienda alla decozione. Sarebbe un numero da azione di responsabilità! E del resto, oggi Mediobanca, svalutando Telecom a 0,53 euro nei suoi conti, si rassegna a valutarla in tutto 7 miliardi, quando il presidente del gruppo Franco Bernabè da due anni afferma in giro sul mercato che la sola rete fissa ne vale 15. Per cui anche per gli attuali soci di controllo diluirsi in un gruppo che però, nel frattempo, si rimpannuccia finanziariamente e ritorna in carreggiata potrebbe essere molto meglio che languire in una posizione di ingravescente e impotente perdita di valore.

Ma sull'ipotesi che arrivi qualcuno e, tirando fuori 5 miliardi, risvegli dal letargo mortale la bella addormentata gravano molte incognite. La prima è quella da cui parte tutto il ragionamento: se il governo italiano – che per ora resta in sella – biasima l'idea che una società privata come l'aeroporto di Venezia (che però gestisce una struttura pubblica in concessione, l'aeroporto) finisca ai tedeschi, perchè dovrebbe applaudire all'avvento in Telecom di un nuovo socio straniero, che con pochi soldi assumerebbe il controllo di una struttura privata (la rete) ma pur sempre in concessione e, oltretutto, realizzata nei decenni (fino alla privatizzazione del '97) con i soldi dell'Iri e annegando nel buco nero del bilancio Iri gli utili da monopolista che il gruppo Stet e Sip all'epoca macinava?

Ma se il governo dice “non passi lo straniero” su Telecom non può che farsi carico di una soluzione alternative: per esempio, aprendo all'ipotesi di un intervento di salvataggio finanziario pubblico o para pubblico!

Oggi ad esempio la Cassa depositi e prestiti, direttamente o, meglio, in tandem con F2i (al cui capitale partecipa) con 5 miliardi prenderebbe il controllo di tutta Telecom, e non della sola rete tlc, e farebbe un salto quantico nel proprio progetto di accelerare e riqualificare l'infrastrutturazione nazionale nelle tlc. Non un diktat del governo alla Cassa, quindi, ma certo una legittima conclusione di un processo nato male (la privatizzazione di Telecom per soli 27 mila miliardi di vecchie lire fu uno scandalo), continuato peggio con l'Opa da 100 mila miliardi che due anni dopo impiombò l'azienda di debiti e finito nell'attuale vicolo cieco.

Sarebbe in fondo un paradosso, ma anche un risarcimento della storia, se oggi lo Stato salvasse una Telecom di cui in altri tempi e sotto altre leadership (Massimo D'Alema) ha permesso lo scempio avallando l'Opa a leva dei “capitani coraggiosi” senza adoperare la golden share, di cui pure, all'epoca, già disponeva.

Solo che in ogni modo l'attuale assetto di Telecom, dai soci al vertice, appare destinato a una rapidissima transizione; gli interessati, certo, non sono allegri a questa idea e sembrano determinati a resistere; e le istituzioni finanziarie sarebbero assai scontente di doverci rimettere ancora soldi, a suggello di una impressionante miopia strategica e incompetenza valutativa di cui finora nessuno ha pagato pegno.

Cos'accadrà, dunque, a Telecom? Impossibile a dirsi, ma è sbagliato dare per certo che finisca in mani straniere. Mentre è lecito pensare che, prima o poi, per la vecchia azienda dei telefoni – in mancanza di privati italiani disposti ad agire, e forti abbastanza per farlo – potrebbe suonare nuovamente la campana dello Stato.

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