Economia

Tasse sul lavoro: chi aiuta la crescita

Ridurre le tasse sul lavoro avrebbe effetti positivi ma solo se la copertura avvenisse riducendo la spesa pubblica

– Credits: Photo by Michael Regan/Getty Images

Ridurre le tasse sul lavoro (contributi sociali e Irap sul costo del lavoro), è senz’altro positivo, perché è un modo di sostenere la crescita e  l’occupazione. Con costi del lavoro più bassi chiuderebbero meno aziende, si perderebbero meno posti di lavoro e minore sarebbe l’incentivo a rifugiarsi nel sommerso. Tutto questo vale se la copertura avviene riducendo la spesa pubblica, senza introdurre nuove tasse o ritoccare verso l’alto le aliquote delle imposte esistenti. Il discorso cambia radicalmente se la riduzione del costo del lavoro avviene a parità di pressione fiscale.

In questo secondo caso la domanda che dobbiamo farci è un’altra: tagliare il costo del lavoro è il modo più efficiente per sostenere la crescita? Qui le cose sono molto meno chiare. Anche limitando la nostra attenzione alle economie avanzate, o ai paesi Ocse, bisogna riconoscere che sappiamo ancora poco sull’impatto relativo di eventuali riduzioni fiscali. Secondo la maggior parte degli studiosi le imposte sul patrimonio (come l’Imu) e le imposte sul consumo (come l’iva) hanno un impatto sulla crescita relativamente contenuto, mentre i prelievi sui redditi delle famiglie (Irpef) e su quelli dei produttori (Ires, Irap, contributi sociali) ne hanno uno molto maggiore. ù

Quel che non è chiaro, tuttavia, è se, ai fini della crescita per un paese come l’Italia, la riduzione del costo del lavoro sia la strada più efficiente, o ve ne siano altre ancora più efficienti, come la riduzione dell’imposizione complessiva sulla casa, che darebbe ossigeno all’edilizia, o la riduzione delle imposte sui profitti, che eviterebbe molte chiusure e fallimenti. Il guaio è che non lo sapremo mai con certezza: abbiamo troppe teorie, e troppo pochi dati per fare una scelta su una base scientifica solida.

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