Economia

Spending review: “Vi spiego perché bisogna tagliare anche la sanità”

Parla l'economista Francesco Daveri: in 10 anni, la spesa pubblica per la salute è cresciuta del 50%, il doppio rispetto alla Germania

(Credits:Imagoeconomica)

Circa 7mila posti-letto in meno negli ospedali e risparmi complessivi per 7,9 miliardi di euro in 3 anni, di cui 900 milioni già nella seconda parte del 2012. Sono gli effetti sulla sanità pubblica della spending review , il piano per la revisione di tutte le voci di spesa dello stato che, se giungerà in porto senza modifiche, segnerà una svolta quasi epocale nel nostro paese: per la prima volta, un governo della Repubblica ha deciso di tagliare con decisione i servizi per la salute , i cui costi crescono da anni senza interruzioni.

“Si tratta senza dubbio di un passo in avanti importante e purtroppo irrinunciabile”, dice Francesco Daveri , professore di scenari economici all'università di Parma e docente alla scuola di direzione aziendale della Bocconi.

Il governo, insomma, ha fatto bene a tagliare la sanità?

Innanzitutto, mi faccia fare una premessa: riconosco, con molta umiltà, di non essere un esperto del settore sanitario. Io faccio più che altro un ragionamento da macroeconomista.

In che senso?

Parto dall'analisi dei numeri che, purtroppo, non lasciano spazio a dubbi: tra il 2001 e la fine del 2010, la spesa sanitaria in Italia è cresciuta, in rapporto al Pil, dal 6,3% al 7,6%, mentre in valori assoluti è salita di ben il 50%. Si tratta di una percentuale inferiore alla media europea, ma doppia rispetto a quella che si è registrata in Germania.

Dunque?

E' vero la che crescita della spesa sanitaria è un problema di tutte le nazioni avanzate e non soltanto dell'Italia. Ma  va pure riconosciuto un fatto inequivocabile: esistono paesi virtuosi, come la Germania, che sono riusciti meglio di noi a contenere i costi.

L'Italia, però, ha una popolazione molto anziana che necessità di cure mediche sempre più sofisticate. Non è così?

E' vero, ma non è  l'unica nazione che oggi deve affrontare questo problema. Anche la Germania ha una struttura demografica simile alla nostra: i tedeschi con più di 65 anni rappresentano il 21% circa dell'intera popolazione, proprio come in Italia.

Quindi, i tagli sono irrinunciabili...

Anche quando si parla di sanità, credo che si debba avere il coraggio di ricordare una cosa: in Italia, la spesa pubblica cresce ininterrottamente da molti anni e ha raggiunto ormai il 50% del Pil, mentre il debito pubblico è attorno al 120%. I mercati finanziari e le impennate dello spread ce lo ricordano tutti i giorni.

Tagliare la sanità per far scendere lo spread. Non è un ragionamento un po' brutale?

Sarà un'affermazione impopolare ma, purtroppo, all'estero non vanno troppo per il sottile. Quello che interessa ai mercati e ai partner europei è capire soprattutto se il livello del nostro debito pubblico è ancora sostenibile. Poco importa, poi, se la spesa sanitaria italiana è allineata o inferiore alla media continentale. Ma vorrei aggiungere una cosa: non è detto che ridurre i costi complessivi dei servizi significhi necessariamente farne diminuire la qualità.

E' sicuro?

Ripeto: io non sono un esperto di sanità ma penso che esistano tantissime voci di spesa o parecchi servizi che possono essere razionalizzati. Ridurre il numero degli ospedali, aumentando la specializzazione di alcune strutture, potrebbe portare anche a un miglioramento della qualità, piuttosto che a un peggioramento.

C'è chi avanza un'altra obiezione alla spending review: fare i tagli adesso, durante la  recessione, si rivelerà un rimedio peggiore del male, proprio come è avvenuto in Grecia. Non è d'accordo?

Indubbiamente, sulla Grecia l'Europa ha fatto un errore di valutazione, imponendole un programma di austerità eccessivo o troppo accelerato. Ma non si può usare le vicende di Atene come una scusa per non affrontare un problema che l'Italia ha da tempo.

Si riferisce al peso debito pubblico?

Esattamente. Se non riduciamo quello, la crescita economica duratura e sostenibile non arriverà mai nel nostro paese. L'Italia non è la Grecia: è una nazione industriale più avanzata,  che può affrontare anche un periodo di rigore, per liberarsi di una pesante zavorra che oggi si porta dietro a causa degli errori commessi dai nostri governi, soprattutto negli anni '70 e '80.

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