Economia

Spending review, Enrico Bondi in realtà ha tagliato solo 2,5 miliardi

Dall'effettiva riduzione della spesa, il risanatore ha portato a casa poco più della metà del previsto. Il resto per ora è solo teoria

Il sottosegretario alla presidenza del consiglio Antonio Catricalà e il commissario straordinario per i tagli alla spesa pubblica Enrico Bondi (Credits: Roberto Monaldo / LaPresse)

I 4,2 miliardi di euro indicati dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Antonio Catricalà come “frutto” della spending review sono, in realtà, l’obiettivo minimo che il governo si prefigge di conseguire per poter evitare l’aumento di un ulteriore punto percentuale di Iva temuto per ottobre. Ma nelle ambizioni di Monti e dei suoi il target conseguibile “ottimizzando” la spesa pubblica, anche grazie alla ricognizione effettuata dal “commissario ad acta” Enrico Bondi, potrebbe essere ben più sostanzioso: almeno 7 miliardi, forse 8. Ma la cifra sicura ad oggi non è né 4,2 né tantomeno 8: la cifra sicura ad oggi è di 2,5 miliardi di euro.

Perché proprio due e mezzo? Perché – secondo le indiscrezioni che filtrano dagli ambiernti ministeriali più qualificati - sono i soldi che si potranno al 99% risparmiare senza alcun impatto sociale diretto (alias: senza licenziare gente né nel pubblico né nel privato) ma semplicemente ottimizzando gli acquisti di beni e servizi che la pubblica amministrazione deve effettuare da oggi a fine anno e che non sono stati ancora assoggettati al filtro di merito e di metodo delle aste on-line gestite dalla Consip . Insomma, tutti quei beni e servizi – e sono tantissimi – che le pubbliche amministrazioni centrali e, soprattutto, territoriali effettuano con criteri tradizionali, ampiamente soggetti a discrezionalità, errori e, soprattutto, intrallazzi.

Ebbene, di qui a fine anno, estendendo fin dove possibile il metodo delle aste on-line si porteranno a casa 2 miliardi e mezzo. Il resto dei risparmi attesi dalla “spending” è sesso degli angeli: si taglieranno gli organici pubblici? Impensabile, per un governo che non ha neanche avuto il coraggio di abolire l’articolo 18 anche per gli statali; si taglieranno i benefit dei travet, come i buoni pasto o le famose auto-blu? Senz’altro, pur se tra mille mugugni: ma con risultati risibili, di fronte alla montagna di problemi da risolvere per trovare i famosi 4,2 miliardi, o meglio anche il solo miliardo e 700 milioni di euro in più che serve per scongiurare l’aumento dell’Iva (senza contare che il gettito fiscale da tasse sui redditi sta precipitando a causa della riduzione dei medesimi e quindi chissà quanti altri soldi serviranno di qui a fine anno…).

Bondi era stato nominato commissario il primo maggio scorso, e la sfida accettata dall’ex “salvatore della Parmalat” – ben lieto di essere additato come “demiurgo” della buona gestione pubblica - era stata quella di produrre i suoi risultati di studio in due settimane: sono diventate otto, ed è ancora un miracolo, se si pensa alla complessità della macchina statale.

Il dato fondamentale che emerge dalla ricognizione di Bondi è che ogni centro di spesa vuol fare da sé: innanzitutto quelli direttamente gestiti dai ministeri, e a maggior ragione gli enti locali. Attualmente, la Consip – la società controllata dal mministero dell’Economia che fornisce consulenza informatica a tutta la pubblica amministrazione e gestisce le gare d’acquisto on-line – sta lavorando per arrivare a coprire entro l’anno un totale di 39 miliardi di spesa pubblica per acquisto di beni e servizi, dai 29 gestiti (dicono in Consip: “presidiati”) lo scorso anno. Su un totale – si badi bene – di ben 136 miliardi, che quindi sono per i tre/quarti “non presidiabili”. E tra i tecnici si considererebbe ottimale poter filtrare sui sistemi Consip un totale di 49 miliardi nel 2013.

E il resto? Il resto è anarchia, difficile da domare per vie democratiche: perché è annidata in massima parte sul territorio, negli enti locali. Le Regioni, i Comuni, le Province spendono e spandono senza criteri condivisi, con l’unico vincolo del “patto di stabilità”, che viene però rispettato – in realtà, aggirato - al prezzo di non pagare i propri fornitori. Già: perché pochi sanno che i debiti commerciali dello Stato verso questi fornitori – che costituiscono quel famoso ammontare di 70-80 miliardi di debiti statali scaduti verso le imprese, e quindi fanno parte della “spesa pubblica” - non rientrano però nel “debito pubblico”.

Come mai? Perché secondo una delle bizzarrie legali europee, nel “debito pubblico” rientrano solo i debiti finanziari, non quelli commerciali. Un debito commerciale è una fattura scaduta e non pagata; un debito finanziario è una cambiale, o una certificazione di debito su fattura, con una data entro la quale il debitore s’impegna a pagare. Ebbene: questi debiti statali, ai sensi della bozza dei decreti Passera, dovrebbero portare una data di scadenza per poter essere scontati in banca. Ma se acquisiscono questa scadenza, diventano debiti finanziari.

E l’ente locale di competenza deve segnalare questa propria nuova obbligazione al ministero, perché questo tipo di debito rientra nel patto di stabilità interno, e cioè nel debito pubblico. Perciò tendono a non datare il pagamento delle fattura accettate…
Insomma, era ovviamente impensabile di poter arginare il mostro ciclopico della spesa pubblica in due mesi, e neanche Bondi ce l’ha fatta. Qualcosa di utile ha ottenuto, e si vedrà nei prossimi giorni: è una cosa, prima ancora che sicura, indipensabile. A quanto ammonti questo utile, e che sia davvero cospicuo come si spera, è tutto, ma proprio tutto da dimostrare.

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