Economia

Spending review e il ricatto dei Comuni

I sindaci protestano perché non potranno pagare gli stipendi, ma sono le spese per beni e servizi la vera anomalia

La protesta dei sindaci contro la spending review (Credits: Mauro Scrobogna /LaPresse)

Alla fine il Parlamento ha ceduto alle pressanti richieste dei Comuni, e nel provvedimento sulla spending review è stato deciso di approvare un emendamento che stanzia 800 milioni di euro aggiuntivi proprio per le amministrazioni comunali. Forse anche una risposta diretta al presidente della Corte dei Conti Luigi Giampaolino che oggi, nel corso di un’audizione alla Commissione Bilancio della Camera, ha effettivamente riconosciuto la pesantezza dei tagli imposti in questi anni ai Comuni. Sia come sia, gli 800 milioni, recuperati tra l’altro decurtando di 500 milioni un fondo per il rimborso fiscale alle imprese, dovrebbero ora servire per rispondere all’allarme lanciato da migliaia di sindaci che avevano segnalato il rischio reale che ad agosto non potessero essere pagati gli stipendi dei dipendenti.

Eppure se si vanno a spulciare i conti delle amministrazioni comunali si scopre non solo che la spesa corrente negli ultimi 22 anni è sempre costantemente aumentata, ma che la voce riguardante i redditi da lavoro non è certamente la più significativa. Secondo l’Istat, il totale delle uscite correnti dei Comuni, ossia delle spese, è cresciuto dai circa 24 miliardi del 1990 ai poco più di 51 miliardi del 2011. In mezzo, una cavalcata con cifre intermedie che vanno dai 28,5 miliardi del 1995 ai 35 del 2000 fino ai 44 miliardi del 2005.

Ma se già questo potrebbe essere sufficiente a ridimensionare molte delle pretese che le amministrazioni comunali vantano nei confronti dello Stato, ancora più interessante è rilevare le singole voci di spesa più significative. E allora si scopre che nel 2011 la quota riguardante gli stipendi dei dipendenti è stata pari a 16 miliardi di euro, ossia circa il 30% del totale, mentre quella per i cosiddetti consumi intermedi, cioé tutto ciò che riguarda beni e servizi, dal materiale di cancelleria ai servizi legali, dai carburanti alle automobili, è stata pari a 24 miliardi di euro, ben il 47% del totale. “In realtà è proprio su questa parte della spesa che il governo ha chiesto ai Comuni di intervenire – spiega a Panorama.it Carlo Stagnaro, direttore dell’Istituto Bruno Leoni -. È infatti in questo settore che si annidano le maggiori inefficienze. Ci sono infatti amministrazioni comunali che, per fare un esempio, pagano 100 una risma di carta e altre che la pagano 350 o 400. Il modo migliore quindi per costringere i sindaci a spendere meglio i propri soldi è quello di dargliene di meno”.

Un'ulteriore conferma dell’andamento preoccupante della spesa per beni e servizi ci arriva sempre dalle serie storiche dell’Istat. Se infatti nel 1990, la quota dei costi per consumi intermedi era pari a circa 8 miliardi di euro, ovvero circa il 30% del totale, e quella per gli stipendi era di 11 miliardi, cioè poco meno del 50%, oggi, come segnalato sopra, le proporzioni si sono invertite in modo preoccupante. Il risultato è che si spende in realtà sempre meno per redditi da lavoro e sempre più per acquistare in maniera sconsiderata e inefficiente beni e servizi.

“Quello che i Comuni devono mettersi in testa – attacca Stagnaro – è che questo status quo non si può più difendere. Decidano loro in maniera indipendente come spendere al meglio le proprie risorse, ma prendano atto che esse sono ormai diminuite. Lo sono per tutti, per i lavoratori, per i pensionati, per le imprese, e quindi lo saranno anche per le amministrazioni pubbliche, che prima si adegueranno e meglio sarà per tutti”. Un adeguamento che, viste le ristrettezze finanziarie ormai ineludibili, potrebbe finalmente passare anche dalla privatizzazione di molti dei patrimoni degli enti locali .

“Da anni ormai si cerca vanamente di spingere i Comuni a mettere sul mercato pezzi di proprietà pubblica – fa notare ancora Stagnaro – eppure finora hanno sempre resistito, tanto è vero che a livello locale si può ben dire che le privatizzazioni non siano mai partite. Ora forse saranno i numeri impietosi della crisi a costringere i sindaci a liberarsi di molti baracconi municipali, una svolta che – conclude Stagnaro - potrebbe significare maggiore liquidità per i sindaci, ma anche in molti casi servizi migliori per i cittadini”.

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