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Economia

Sergio Marchionne: per Fiat non vuole la luna. Ma cosa vuole?

Le esternazioni del capo della Fiat si susseguono a getto continuo. Con dinamiche pendolari. Tra conferme e smentite. Chissà se arriverà anche quella al Wall street journal. Che parla di Mirafiori come dell'impianto più vulnerabile

Sergio Marchionne, a.d. del gruppo Fiat-Chrysler con il presidente John Elkann e Miss Italia 2012, Giusy Buscemi alla presentazionde della Fiat Panda 4x4 Motor Show di Parigi - 27 settembre 2012. (Credits: EPA/IAN LANGSDON)

Non vuole mica la luna, Sergio Marchionne. "Non cerchiamo aiuti né dall'Italia né dall'Europa. Non voglio fondi e non chiedo assistenza": sante parole, pronunciate ieri al Salone di Parigi. "Siamo pronti a fare la nostra parte ma non da soli", aveva detto invece tre giorni fa davanti ai 6.000 dipendenti convocati al Lingotto di Torino. E una settimana fa, con un comunicato stampa diramato ad hoc aveva declamato: "Le case automobilistiche che vanno a produrre in Brasile possono accedere a finanziamenti e agevolazioni fiscali. Per lo stabilimento nello stato di Pernambuco, in corso di costruzione, la Fiat riceverà finanziamenti fino all'85% su un investimento complessivo di 2,3 miliardi di euro. A questi si aggiungeranno benefici di natura fiscale, quando sarà avviata la produzione di automobili, per un periodo minimo di 5 anni".

Che abbia, Sergio Marchionne, come Woody Allen, delle idee che non condivide? Li vuole o non li vuole, questi aiuti ? Se é pronto a fare la sua parte ìma non da solo, con chi la vuole fare? Forse gli osservatori industriali di tutto il mondo hanno capito male, l’hanno frainteso? O lui alludeva all’aiuto del genio della lampada?

"Voglio solo poter gestire la situazione con tranquillità", ha spiegato meglio da Parigi. Avvertendo, non si sa bene chi: "Non mi farò mettere nell'angolo da chi vuole costringermi a sbagliare, non rischio il futuro dell'azienda". Poi ha detto il fatto suo alla Confindustria: "Nessuna nostalgia, sto bene, non mi mancano né il rito né il contorno". Poi ha fatto causa al fondo Veba, che doveva vendergli il 3,3% della Chrysler e non l’ha voluto fare. Poi ha preannunciato che è pronto a uscire anche dall’Acea – l’associazione dei costruttori automobilistici europei – di cui è magna pars la Volkswagen, che Marchionne ha più volte riempito di contumelie dicendo che fa dumping. Poi s’è riposato, si suppone: era stata una giornataccia.

Ormai le esternazioni del capo della Fiat si susseguono a getto continuo. Danno a volte l’impressione – si giudichi dalle frasi testuali messe a confronto – di avere dinamiche pendolari. Per esempio, sempre da Parigi, ha ribadito che gli investimenti saranno fatti "al momento idoneo" e che per questo ha chiesto "a tutti pazienza", ma poi ha dato un'indicazione gelida su Mirafiori, dove non appare più certa la produzione dei due suv, con i marchi Fiat e Jeep: "Non ho ancora messo il miliardo, stiamo valutando la situazione dei modelli. Voglio essere libero di decidere il portafoglio prodotti".

Poi ha detto che "la fusione con Chrysler ci sarà, perchè è un atto dovuto, e che senza la casa di Detroit la Fiat avrebbe sofferto le pene dell'inferno in Europa"; e ha ribadito che sta cercando un partner per il gruppo: "Fino adesso ho bucato l'acqua, ma finchè sono qui continuerò a cercarlo e spero lo faccia anche chi verrà dopo di me". Poi ha aggiunto che non c’è "nessun interesse, invece, da parte di altri costruttori a venire a produrre in uno stabilimento Fiat: zero, assolutamente nulla. La porta è spalancata, sono pronto a farlo con tutti". Poi ha smentito di voler vendere l’Alfa Romeo: del resto, se non c’è nessuno che voglia comprare nulla, cosa c’è da smentire? È vero che la Volkswagen ha detto ancora ieri l’altro che è interessata, ma tant’è.

Nota rasserenante di un giorno lunghissimo: è arrivato il Settimo cavalleggeri, ovvero i nostri del Wall Street Journal. I quali scrivono che "Fiat avrebbe legittimamente già potuto abbandonare l'Italia" e che "la chiusura di stabilimenti in Italia avrebbe senso dal punto di vista finanziario". Secondo una stima di Goldman Sachs, riportata dal giornale, in Italia gli impianti Fiat lavorano a circa il 50% della loro capacità, ben al di sotto del 78%, livello necessario in cui l'azienda raggiungerebbe il pareggio di bilancio. Per tornare in attivo in Italia nel 2014 il gruppo avrebbe inoltre bisogno di tagliare 5.400 posti di lavoro:  "L'impianto di Mirafiori, dove Fiat ha 4.700 dipendenti ma che opera appena al 23% della propria capacità, sembra essere il più vulnerabile". Marchionne smentirà?

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