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Economia

Sergio Marchionne e il discorso da Re

Il discorso tenuto davanti ai 6 mila dirigenti della Fiat è il manifesto di un combattente. Che ora promette di non fuggire. Auguri. A lui e all'azienda

L'amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne (Credits: ANSA / ALESSANDRO DI MARCO)

E venne il giorno del Fiat-Pride. Toro Scatenato Marchionne ha detto basta ed ha convocato ieri al Lingotto 6000 spartani – pardon: seimila uomini e donne della Fiat – per dire che lui c’è, la Fiat c’è e gli ammalati sono quelli che non l’apprezzano. Ha fatto il Discorso del re: e senza balbuzie.

Si è confermato come il vero padrone della Fiat. Lo è già, altro che Jaki. Se le azioni si pesano e non si contano, come da queste parti ha sempre predicato Enrico Cuccia, le azioni di Marchionne sono di piombo, quelle di Elkann sono di piuma.

Però, bisogna ammetterlo: straparla, strombazza, aggredisce, critica, promette e ritratta però è un combattente, un guerriero, un condottiero. E’ un dittatore, anche. Ma queste cose, di solito, vanno insieme: e nelle grandi aziende all’americana, si sa, la democrazia non non è il miglior sistema di governo.

È stato un discorso epocale, dunque, quello tenuto ieri a Torino davanti ai quadri Fiat dall’amministratore delegato del gruppo ed è stato condotto su un piano di tale sfida politica da rappresentare quasi il "manifesto", quasi un endorsment destinato ad andare ben al di là delle pareti della fabbrica: se non fosse che il manager col pulloverino è chiaramente del tutto incompatibile con qualunque combinazione di politica concreta.

Il succo che Marchionne voleva ribadire è che non intende lasciare la Fiat né portare la Fiat fuori dall’Italia ma, per farlo, vuole segnali concreti di una nuova politica economica in parte protezionista e in parte espansiva sia dal governo italiano che dall’Unione europea. E scusate se é poco.

Ma andiamo con ordine, cominciando dai passaggi salienti della cronaca. Marchionne ha voluto parlare direttamente ai dipendenti Fiat – e questo, va detto, gli fa onore – per ristabilire davanti a loro la sua verità, incrinata dalla rissa mediatica generata dalle sue ultime esternazioni, oggettivamente pirotecniche, provocatorie, a volte contraddittorie, e comunque bilanciate da una fucileria di critiche che avrebbero stecchito un bisonte.

Ma Marchionne vale sette bisonti. E di fatti ieri non sembrava neanche graffiato. Ha rievocato il salvataggio della Fiat, operato otto anni fa :

"Lottavamo contro il fallimento, la svendita, la consegna dell’azienda nelle mani delle banche o dello Stato. Lottavamo contro l’estinzione della Fiat. C’è stato un punto, allora, da cui ha preso vita la rinascita. È stato il momento in cui abbiamo iniziato a riconoscere che il destino era nelle nostre mani".

E qui il Superuomo ha esteso il suo grande ego ad inglobare quello dei suoi uomini, della sua squadra:

"Abbiamo fatto un miracolo, l’abbiamo fatto insieme, altri ne faremo. Poi c’è stata la crisi globale, ancora peggiore, dal 2008 in qua: ma abbiamo rivisto le nostre strategie, contenuto i costi e compiuto altri sacrifici. Abbiamo anche fatto una scelta chiara – quella che ora sta dando i suoi frutti – di allentare il focus sull’Europa e di concentrarci sul Nord America e sull’America Latina. Era l’unica scelta in grado di preservare il futuro della Fiat".

Per questo, grazie a questo, uscire dalla crisi attuale è possibile:

"Questo è, in estrema sintesi, il contenuto dell’incontro di sabato col presidente Monti. Possiamo e dobbiamo pensare al settore dell’auto in Italia con una logica diversa, orientarlo in modo differente e attrezzarlo perché diventi un importante centro di produzione per le esportazioni fuori dall’Europa. Nel nostro caso, significa soprattutto verso gli Stati Uniti, oltre che nel resto del mondo. Non vale solo per la Fiat, ma per tutte le aziende che intendano intraprendere questa strategia".

Intendiamoci: non ci voleva Marchionne per capire che le imprese italiane che esportano sono più floride di quelle che vendono solo sul mercato interno. Senza indossare pulloverini, ci sono centomila imprese italiane che quest’anno venderanno all’estero prodotti manifatturieri per 400 miliardi di euro.

La novità è che Marchionne, dopo aver ripetuto in tutte le salse che l’industria italiana non è competitiva, dopo aver dato per perso il mercato interno – della cui possibile, futura ripresa anche ieri non ha mimimamente parlato – dopo essere andato a produrre in Serbia dove il governo di Belgrado gli paga i salari e in Brasile dove il governo di Brasilia gli paga l’impianto, adesso dice che produrre in Italia per l’estero si può!

Meglio cosÏ, non si capisce come sia possibile ma l’importante è che lo dica. Eppue c’è un eppure, come c’era per Fabbrica Italia. Stavolta la clausola sospensiva dell’efficacia delle promesse di Marchionne è annidata in un’affernazione precisa:

"Da soli non possiamo fare tutto. È necessario iniziare da subito a pianificare azioni, a livello italiano ed europeo, per recuperare competitività internazionale. Azioni che garantiscano una reale flessibilità e certezza del diritto nelle relazioni industriali. Iniziative che riconoscano la valenza dell’export per il rilancio dell’economia del Paese".

A cosa pensa, Marchionne? A litigare con i tedeschi, manco a dirlo. Perchè chiede alla Commissione europea "di garantire condizioni di equità per tutti i costruttori, respingendo quei tentativi – specialmente da parte tedesca – di creare condizioni più favorevoli alla propria industria, a scapito degli altri".

Quindi, da Marchionne sono arrivate accuse di concorrenza sleale alla Volkswagen (le aveva già fatte in un paio di interviste nei mesi scorsi) e la richiesta di barriere doganali contro i prodotti del Far-East. Riterrà Monti di dover accogliere queste richieste o fare spallucce? Dovendo ancora litigare molto con la Merkel per il Fondo salvastati , riterrà di litigarci anche per la Panda?

Si vedrà. Intato, Marchionne ha voluto concludere il suo memorabile discorso con una lunga tirata patriottica, che fa piacere sentita da un manager notoriamente più bravo a parlare inglese che italiano: "È il momento di ripartire e di farlo nel modo che conosciamo meglio, dal valore fondamentale su cui questo Paese è stato fondato: il nostro lavoro".

Infine, la rassicurazione: sono stato e sarò molto fuori dall’Italia, mentre tutti eravate abituati ad una guida sempre presente, ha sottolineato con la consueta modestia; poi, il pendolarismo con Detroit e "ì dubbi sul mio impegno personale in Fiat e in Italia; timori che il mio ufficio di Detroit potesse diventare quello principale... Non ho mai smesso di occuparmi della Fiat e non ho intenzione di farlo. L’impegno che ho preso il 1° giugno del 2004 – con gli azionisti, ma prima di tutto con voi – è immutato, è vivo e forte, oggi più che mai... Mi sono chiesto che senso abbia fare tutto ciò per un Paese che non apprezza, che spera nei miracoli di un investitore straniero, che ci dipinge come sfruttatori e incapaci.... e qualunque altro insulto vi venga in mente. Ma poi mi sono reso conto che chi urla non ha più ragione, ha solo più fiato"

Insomma, chi lo apprezza è sano, chi lo critica è malato. Lui e i suoi sono l’esempio "di quella parte del Paese che si tira su le maniche e si mette alla prova. Siamo quella parte dell’Italia che vuole cambiare per sopravvivere, che non si arrende alle difficoltà ma lotta per dar vita a qualcosa di nuovo e di migliore. Questa è la nostra Fiat".

Ultima frase, una citazione da Einstein: "Ho deciso di guardare solo al futuro, perché é lì che ho intenzione di passare il resto della mia vita".

Auguri: a Marchionne, ma soprattutto alla Fiat.

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