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Scandalo Mps, le mani di Vittorio Grilli sulla banca

Il ministero dell’Economia si comporta come se fosse già un azionista della banca. E sui Monti bond introduce uno sbarramento a eventuali scalate

Il ministro dell'economia Vittorio Grilli (Credits: A3/Contrasto)

Il Tesoro ha preso in mano il Monte dei Paschi di Siena e potenzialmente è già azionista con il 15 per cento. La fondazione dovrebbe scendere al 25 e poi, gradualmente, allinearsi all’azionista pubblico; seguono gli attuali soci privati: la famiglia Aleotti, la compagnia assicurativa francese Axa e la banca d’affari americana Jp Morgan. Restano in stand-by un investitore istituzionale italiano, probabilmente il Fondo strategico che fa capo alla Cassa depositi e prestiti, che potrebbe intervenire come ha già fatto nelle Assicurazioni Generali prendendo il pacchetto della Banca d’Italia (poco meno del 5 per cento), e un socio estero (in pole position c’è la Bnp-Paribas) che darebbe maggiore solidità industriale.

È questo l’obiettivo dichiarato dal presidente Alessandro Profumo e il partner francese l’ha suggerito esplicitamente la Mediobanca. Ma tutto dipende da chi siederà sulla poltrona di Quintino Sella dopo le elezioni. Il burattinaio, infatti, sarà il prossimo governo, con il suo nuovo ministro dell’Economia.

L’assetto proprietario del nuovo Montepaschi verrà definito all’assemblea di aprile, però alcune linee chiare si possono trovare nel decreto sui Monti bond e nel prospetto che lo accompagna. L’assemblea straordinaria del 25 gennaio ha dato mandato al consiglio della banca di emettere nuovi strumenti finanziari convertibili in azioni, che verranno sottoscritti dal Tesoro a un tasso del 9 per cento annuo, più mezzo punto ogni due esercizi, fino a raggiungere la ragguardevole quota del 15 per cento. I titoli dovrebbero vedere la luce il 1° marzo e ammontano a 4 miliardi 71 milioni, perché ai 3,9 del decreto si aggiungono gli interessi sui Tremonti bond che non verranno versati in contanti. Tra un anno, nel caso (ormai scontato) in cui l’esercizio precedente sia in rosso, gli interessi saranno convertiti in azioni. Così sarebbero girate al Tesoro quote per un ammontare di poco inferiore ai 400 milioni. Il Monte vale 2,6 miliardi, quindi l’esborso equivale al 15 per cento del capitale. La Banca Imi aveva stimato il 13 per cento, ma scommettendo su un miglioramento del valore azionario quando avverrà il pagamento.

E la fondazione? Il presidente Gabriello Mancini vuole vendere, non appena il mercato sarà migliore, un 10 per cento. Le perdite già messe in conto (330 milioni) e il crollo del patrimonio (svalutato di 3 miliardi) fanno prevedere che si ridimensionerà ancora. Ed è in programma un aumento di capitale di 1 miliardo al quale la fondazione non è certamente in grado di fare fronte. Una nota sulla revisione dello statuto smentisce che abbia intenzione di tirare i remi in barca e s’impegna a mantenere a Siena la sede legale e la direzione generale della banca. Ridimensionamento sì, non ritirata, anche perché segnerebbe l’inizio della fine per il sistema messo in piedi vent’anni fa dalle leggi Amato e Ciampi.

Il prospetto allegato al decreto dei Monti bond offre alla fondazione più di una mano. Gli aiuti governativi rappresentano una volta e mezzo la capitalizzazione dell’Mps e per essere restituiti richiedono un ritorno molto rapido a una elevata redditività. Il governo sostiene che la conversione in azioni rappresenta una soluzione transitoria e c’è la possibilità di riscattare i titoli in qualsiasi momento. Il loro valore non potrà mai eccedere il 160 per cento di quello iniziale. Entro il 30 giugno 2015 viene pagato l’intero valore nominale iniziale (con una maggiorazione annua del 5 per cento ogni biennio). Nel caso di offerta pubblica d’acquisto, il rimborso equivale al prodotto delle azioni sottostanti e del prezzo pagato dall’acquirente. Se è la fondazione a vendere, il riscatto si calcola moltiplicando i titoli sottostanti e il corrispettivo ricevuto dalla fondazione. Una sorta di «pillola avvelenata» introdotta dal ministro dell’Economia, Vittorio Grilli, che renderebbe estremamente costoso un rimborso dei Monti bond a chi volesse acquistare oltre il 10 per cento di Mps o addirittura lanciare un’offerta pubblica di acquisto.

Tuttavia, «non saranno considerate ai fini della presente clausola le cessioni di partecipazioni pari a meno del 10 per cento del capitale ordinario. Qualora la fondazione dia luogo a diverse operazioni rilevanti, il corrispettivo verrà calcolato al prezzo medio ponderato per azione». Perché questa eccezione se non per lasciare margini di manovra agli azionisti senesi a scapito di soci esterni?

Ci sono seri dubbi anche sul reale interesse della Bnp. La banca francese, nonostante il controllo della Bnl, non ha raggiunto quel 10 per cento del mercato ritenuto indispensabile a rendere interessante la presenza in Italia. Il Crédit Agricole con la Cariparma possiede una rete di sportelli che manca alla Bnl e si è fatto molto aggressivo. Quindi l’Mps sulla carta farebbe gola. «Ma non è tempo di espansione nemmeno per i gruppi stranieri» sostiene un banchiere di lungo corso «questo è tempo di consolidamento. E in Italia, come ovunque (l’ultimo esempio arriva dai Paesi Bassi), torna in scena il governo». Dalla culla alla tomba, diceva Otto von Bismarck, attraverso la banca.

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