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Scandalo Barclays, il giorno dopo. Tutta colpa dei trader

Diamond, l'ex amministratore delegato, chiama in causa chi opera in sala operativa. Troppo facile! taglia corto il Financial Times

Bob Diamond, ex ad di Barclays (Credits: LaPresse)

Dal paradiso all'inferno. Biglietto di sola andata. Per Bob Diamond, ex amministratore delegato di Barclays, da 24 ore tagliato fuori dalla sua banca, lo scandalo che scuote la City, quello del Libor manipolato, è tutta colpa del direttore generale, anche lui dimissionario, Jerry del Missier, e dei trader. Sono in 14 – ha spiegato davanti ai membri della commissione del Tesoro del Parlamento britannico – ad aver manipolato gli indici interbancari. Mentre lui l’ha saputo solo un mese fa. Tanti saluti, arrivederci e grazie.

Niente colpi di scena, niente dichiarazioni azzardate, nessun pentimento. Chi si aspettava che il golden boy dello Square Mile che ha creato il ramo investimenti della terza banca britannica dal nulla, trasformandolo in una potenza di stazza globale, vuotasse il sacco ingoia delusione. Il punto è che alla sbarra Diamond sa bene che non c’è solo lui, è chiamato a rispondere per la cultura della City . Quella delle relazioni pericolose con Whitehall, leggi il governo, nei giorni scivolosi di fuoco di una crisi che oggi potrebbe dare scacco matto all’intero sistema.

Tre ore di fuoco, tempestato di domande, non l’hanno fatto crollare. L’ex amministratore delegato di Barclays, diventato da un giorno il volto inaccettabile della City, come lo aveva bollato già nel 2010 Lord Mandelson, ha risposto calmo, alla commissione del Tesoro del Parlamento britannico. Nello scandalo sulla manipolazione dei tassi di interesse fra le banche, che servono a calcolare i tassi di interesse sul debito di contratti come mutui e carte di credito per lui i colpevoli numero uno sono i trader.

"Ci sono stati alcuni comportamenti riprovevoli", ha ammesso. "Quando ho letto le mail che si sono scambiate sono stato male fisicamente. Non ci sono scuse per quel comportamento. È sbagliato e mi spiace". Da qui a fare mea culpa il passo è ancora troppo lungo. "L'attenzione si è concentrata sulla mia leadership e il sostegno dei regolatori non è stato così forte come in passato: per aiutare Barclays ho deciso di dimettermi". Questo è tutto, per il momento. Eppure voltare pagina è tutta un'altra storia.

La sua linea di difesa appare troppo fragile, dicono gli addetti ai lavori. Il tema potenzialmente esplosivo dove vederci chiaro non è stato ancora passato al setaccio. E’ stata tirata in ballo Bank of England come possibile connivente ed è lì che bisogna far chiarezza. Diamond, parlando della cruciale telefonata con l'attuale vicegovernatore Paul Tucker, ha sostenuto di non aver avuto l'impressione che "figure di spicco del governo" gli chiedessero di manipolare i valori del tasso d'interesse per far apparire la banca in salute. Semplicemente per fugare i dubbi sulla solidità dell’istituto rispose a Tucker che erano gli altri istituti a riportare valori più bassi del vero. Da quel momento in poi, come per magia, i tassi di Barclays scesero.

Insomma, le due questioni per l’ex ad corrono su due binari separati: da una parte ci sono i trader, che agivano per loro tornaconto, dall'altra i valori manipolati del Libor dopo il 2008, avvenuti per incomprensione a livello dirigenziale. In entrambi i casi lui ne è fuori: non ne ha saputo nulla fino al mese scorso. "Troppo facile", tuona John Gapper columnist del Financial Times, "la cultura del trading selvaggio da sala operativa non è più accettabile". “Non è la prima volta che imbarazzanti mail tra trader diventano pubbliche. La cultura del trading è immune alla vergogna”. E adesso, si augura Gapper, “ci vorrebbe un feroce assalto da parte di leader e regolatori. Se i rischi di reputazione fossero contabilizzati, le banche sarebbero meno desiderose di promuoverlo”. Come dire: anche la sala trading potrebbe perdere il suo lato più ludico. O più cattivo. A seconda dai punti di vista.

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