Economia

Ma quante tasse paghiamo davvero?

I dati resi noti da Confcommercio sottolineano la differenza tra la pressione fiscale reale e quella ufficiale

(Credits: Marco Carli/Imagoeconomica)

L’Italia sarebbe il Paese in cui si pagano più tasse al mondo. Nessuno infatti raggiunge la quota del 55% di pressione fiscale. A dirlo sono i dati dell’Ufficio studi di Confcommercio. Attenzione però, perché il dato preso in esame fa riferimento a quella che la stessa associazione di categoria definisce pressione reale, un valore diverso dalla pressione fiscale ufficiale , calcolata al momento intorno al 45%. La rilevante differenza tra i due numeri ruota intorno alla misura della cosiddetta economia sommersa, un fenomeno che come il gioco delle tre carte a seconda del fatto che appaia oppure scompaia, determina entità diverse proprio della pressione fiscale.

Quest’ultima infatti si calcola attraverso una frazione che presenta al numeratore tutte le entrate tributarie del Paese, comprese quelle derivanti dai contributi previdenziali, e al denominatore il Pil complessivo, stimato attualmente in circa 1.600 miliardi. Dalla divisione tra questi fattori deriva la pressione fiscale ufficiale.

Se però al denominatore, dal Pil complessivo, togliamo la parte di economia sommersa, stimata attualmente intorno ai 275 miliardi di euro, considerando che le tasse riscosse vengono pagate effettivamente solo sulla parte di Pil legale , ecco che allora il valore della pressione fiscale sale, e otteniamo quella che viene definita appunto pressione reale. “Si tratta di un procedimento – spiega a Panorama.it Enrico Zanetti, direttore del centro studi tributari Eutekne.info – che per la prima volta è stato proposto nel 2009 dall’Ufficio studi del Consiglio nazionale dei dottori commercialisti e che oggi vediamo che trova consensi anche in altri ambiti scientifici. E’ bene però aggiungere subito che si tratta di un dato da prendere con le molle, che ha più un valore tendenziale, anche perché su di esso vanno fatte alcune importanti precisazioni”.

Innanzitutto parliamo ovviamente di un dato di media che non fornisce sufficiente evidenza al fatto che in Italia ci sono settori dell’economia che presentano una pressione fiscale molto diversa. “Ad esempio – precisa Zanetti – le tasse pagate su fattori di tipo patrimoniale sono generalmente sotto la media europea, mentre per lavoro e previdenza registriamo una pressione fiscale fortemente al di sopra della media”. Altro elemento che rende queste considerazioni sulla pressione fiscale reale non perfettamente attendibili, riguarda i criteri di stima con cui viene misurata l’evasione fiscale.

“Anche in questi ultimi dati della Confcommercio – fa notare Zanetti – viene denunciata un’evasione fiscale pari a 154 miliardi di euro, ossia circa il 17,5% del Pil. Ebbene, questa evasione viene in pratica calcolata applicando la pressione fiscale ufficiale ai dati stimati di economia sommersa. E’ evidente a tutti però che se in Italia si abbassasse la pressione fiscale ad esempio al 30%, magicamente anche l’evasione fiscale scenderebbe drasticamente”.

Miracoli dei numeri o semplicemente gioco delle tre carte come dicevamo all’inizio? Quello che di certo si conferma è la sensazione che il fisco in Italia resti una materia particolarmente intricata. “Io non nego assolutamente che nel nostro Paese ci sia un problema di economia sommersa e di evasione fiscale connessa – conclude Zanetti – dico però che per la ripresa economica non si può fare affidamento su giochi di numeri tra pressione fiscale e Pil. Bisogna piuttosto rimboccarsi le maniche e fare sacrifici, perché il destino dell’Italia non è certo legato al risultato di una frazione numerica e comunque dal fronte fiscale non potranno venire miracoli”.

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