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Economia

Privatizzazioni, il passato insegna che la strada di Monti è in salita

Non è la prima volta che in Italia si tenta la dismissione delle partecipazioni statali e degli enti locali. Da Telecom alle banche passando per gli immobili. Con pochi e scarsi risultati

Romano Prodi e Giulio Tremonti fautori di diversi tentativi di privatizzazione di beni pubblici (Credits: Marco Merlini/LaPresse)

Partecipazioni azionarie, immobili pubblici e municipalizzate. Sono questi i tre fronti su cui il presidente del Consiglio Mario Monti ha annunciato di voler agire per una politica di dismissioni che possa fruttare liquidità necessaria ad abbattere il debito pubblico. Un programma ambizioso, soprattutto se si pensa che, mentre sulla vendita di partecipazioni in aziende pubbliche e sul fronte della cessione di immobili di proprietà dello Stato qualcosa in passato è stato già fatto, nel campo delle dismissioni delle municipalizzate siamo ancora praticamente all’anno zero.

Monti non è certo il primo a voler tentare operazioni finanziarie sul patrimonio di Stato per alleviare il peso del debito pubblico. Operazioni da sempre considerate difficilissime da realizzare, e sulle quali in passato in tanti sono stati costretti a fare marcia indietro.

I primi tentativi risalgono agli anni '90, quando a farla da padrone furono le privatizzazioni.

Un processo lungo e articolato avviato nel 1992, quando Iri, Eni ed Enel vennero trasformate innanzitutto in spa. In tappe successive, tra il 1995 e il 2001, in cinque tranche, vennero poi vendute parti dell’azionariato dell’azienda del cane a sei zampe, nella quale però il Ministero del Tesoro conserva ancora oggi una golden share del 30%. Situazione molto simile a quella dell’Enel, le cui azioni sono state anch’esse messe in gran parte sul mercato, con un 31% di controllo che è rimasto però ancora una volta in mano a Via XX settembre. L’Iri invece, dopo un processo di cessione di tutte le sue partecipazioni, nel 2002 ha cessato di esistere.

Ma gli Anni Novanta, furono anche decisivi per la privatizzazione delle banche: tra le altre, nel 1993 toccò al Credito Italiano, nel 1994 alla Banca commerciale e nel 1997 al Banco di Napoli. Allo stesso periodo appartiene la vendita dell’Ina, che fu perfezionata tra il 1994 e il 1996. Meritano anche una citazione, tra le altre, le cessioni del Nuovo Pignone nel 1993 e della Sme, che fu smembrata negli anni e venduta a pezzi. Ma soprattutto, non si può dimenticare quella che da tanti viene considerata la madre di tutte le privatizzazioni, quella di Telecom Italia. Il 20 ottobre 1997, sotto il governo di Romano Prodi, il 35,26% delle azioni dell’allora monopolista delle telecomunicazioni fu messo in venditae fruttò allo Stato ben 26 mila miliardi di vecchie lire.

Chiusosi il capitolo delle privatizzazioni, si è aperto quello legato alla dismissione degli immobili di proprietà dello Stato. Fu in particolare il ministro dell’Economia Giulio Tremonti che in due operazioni diverse, ribattezzate Scip 1 e Scip 2, si adoperò per mettere sul mercato un'ampia fetta del patrimonio immobiliare pubblico. La vicenda prese avvio nel 2001, trascinandosi fino al 2009, con la creazione della Società per la cartolarizzazione di immobili pubblici, Scip appunto.

La prima cartolarizzazione, avviata nel 2001, ebbe un discreto successo e portò alla vendita di immobili di proprietà di enti previdenziali stimati in un valore pari a circa 3,5 miliardi di euro. La seconda invece, molto più ambiziosa, perché con l'obiettivo di incassare tra i 7 e gli 8 miliardi di euro, si risolse sostanzialmente in un fallimento. Parola quest’ultima che si addice perfettamente anche a quello che sta avvenendo, come accennato, sul fronte delle dismissioni a livello locale. In pratica tutte le municipalizzate sono saldamente sotto il controllo delle amministrazioni locali e qualsiasi tentativo di privatizzare anche piccole fette di questo patrimonio per il momento è risultato vano.

L’ultima conferma in questo senso arriva da Roma, dove in Consiglio comunale da giorni si combatte, è proprio il caso di dirlo, una battaglia feroce intorno alla privatizzazione del 20% dell’Acea, la società di servizi della Capitale. Una larga fetta di opinione pubblica è infatti nettamente contraria a privatizzare l’acqua pubblica, un bene che secondo i più, come d’altronde stabilito da un referendum nazionale, dovrebbe restare totalmente pubblico. Una dimostrazione ulteriore, semmai ce ne fosse bisogno, che la strada di Monti verso le dismissioni sarà certamente in salita.

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