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Economia

Il piano Giavazzi si è ristretto

I tagli di 10 miliardi di fondi alle imprese si sono ridotti a 3 e poi a 2. Fino a scomparire

Il premier Mario Monti (Credits: ANSA / MATTEO BAZZI)

Il governo vuole lanciare la seconda fase della spending review, sperando che abbia più successo della prima, ma non sa che pesci pigliare. Si tratta di trovare 6,5 miliardi per evitare l’aumento dell’iva, in più bisogna racimolare un tesoretto che consenta di finanziare l’agenda di Corrado Passera, il ministro che sovrintende allo Sviluppo. Rispunta l’idea di mettere mano alla revisione delle agevolazioni fiscali, una riserva potenziale di 30 miliardi, secondo il rapporto preparato da Vieri Ceriani, sottosegretario all’Economia, dalla quale se ne possono estrarre un paio. E gli incentivi alle imprese? Suona finalmente l’ora del progetto Giavazzi?

Calma, le cose non sono così semplici. Il rapporto preparato dall’economista, e consegnato il 30 luglio, è stato letto in filigrana dagli uomini di Enrico Bondi e dagli esperti di Piero Giarda, il ministro per i Rapporti con il Parlamento, che ha cominciato a esaminare la spesa pubblica trent’anni fa. Dei 10 miliardi annunciati da Francesco Giavazzi ne sono rimasti 3, ridimensionati poi a 2. E via via a scendere. «Potremo racimolare 1 miliardo di euro o poco più» si lasciano sfuggire i tecnici del Tesoro. Intanto anche la Ragioneria dello Stato presenta i suoi conti, che naturalmente sono diversi da tutti agli altri.

Sui sussidi agli industriali, come su buona parte della spesa pubblica, l’unica cosa chiara è che non c’è nulla di chiaro. Spiega Giavazzi: «I trasferimenti alle imprese riportati nel conto consolidato di cassa del settore pubblico ammontavano, nel 2011, a 36,322 miliardi di euro. Amministrazioni centrali e locali erogano una quantità di contributi più o meno simile. Queste cifre comprendono voci molto eterogenee. I dati pubblicati  nella relazione del ministero per lo Sviluppo economico riguardano invece un sottoinsieme più ristretto, inquadrabile nella disciplina degli aiuti di stato: circa 6 miliardi nel 2010. Data l’incompletezza, è difficile giungere a una stima precisa».

Giampaolo Galli, poco prima di lasciare la direzione della Confindustria, ha chiesto all’ufficio studi di tirare fuori una ipotesi realistica. Ci ha lavorato Alessandro Fontana, il quale ammette: «Stabilire il reale ammontare degli incentivi alle imprese è un vero rebus. Esistono ben cinque fonti ufficiali che forniscono numeri tra loro molto diversi, perché rispondono a finalità differenti. Ciò genera grande confusione. Alle autentiche imprese arrivano incentivi per 4,5 miliardi. La stima è della Commissione europea, che prende in considerazione le somme erogate per legge e finanziate con risorse nazionali e secondo la quale le aziende industriali beneficiano di 3 miliardi.

Ma se si considerano solo l’industria in senso stretto e i servizi alla produzione, si arriva a 2,7 miliardi». E il resto? Nel gran calderone ribolle un po’ di tutto, dalla Consob ai biglietti agevolati dei tram. Proprio i trasporti, treni compresi, assorbono una gran fetta, ricorda Innocenzo Cipolletta, economista, ex presidente delle Ferrovie. I contratti di servizio alle Fs, per esempio, ammontano da soli a 6,4 miliardi. Giuliano Cazzola, senatore pdl, sottolinea che attraverso questi contributi passa parte della politica sociale e non quella industriale in senso stretto. Negli ultimi anni, d’altra parte, l’Unione Europea ha imposto un drastico ridimensionamento. Dallo stesso rapporto Giavazzi emerge che l’Italia spende l’1,1 per cento del pil, rispetto all’1,4 dell’area euro.

Su base allargata, lo Stato l’anno scorso ha versato alle aziende 42,6 miliardi, calcola la Ragioneria. Un quarto dei contributi serve a sostenere i settori aeronautico e navale (insomma Alitalia e Fincantieri). All’automobile, in particolare alla Fiat, va il 6,4 per cento (2,7 miliardi). Per la ricerca c’è appena 1,8 miliardi e il presidente della Confindustria, Giorgio Squinzi, vuole un altro miliardo. Gli incentivi veri e propri alle imprese nel 2011 arrivavano a 5,3 miliardi, dei quali 1,1 sotto forma di agevolazioni fiscali. Noccioline, di fronte all’ammontare della spesa pubblica «aggredibile». Secondo lo stesso Giarda, infatti, è possibile intervenire su una massa di 300-350 miliardi di euro, tenendo conto che sugli 85 miliardi per interessi non c’è nulla da fare, e sui 250 miliardi pagati ai pensionati il governo ha già usato l’accetta.

Ma le cifre calano sulla realtà come il velo di Maya. Dietro la freddezza dei numeri, infatti, si nasconde una storia complicata intessuta di rapporti personali, di ripicche, di lesa maestà. Il 17 marzo Giavazzi pubblica sul Corriere della sera: «L’emergenza non è finita». Elogia il ministro Elsa Fornero e critica implicitamente Passera perché ha fatto troppo poco sulle liberalizzazioni. Mario Monti replica: «È un eccesso di impazienza», e difende il ministro dello Sviluppo. Il 30 aprile l’economista viene chiamato a Palazzo Chigi come consulente del governo per «analisi e raccomandazioni sul tema dei contributi pubblici alle imprese», tasto sul quale batte da tempo. Il 30 maggio Passera presenta il proprio riordino dei contributi alle imprese e ignora Giavazzi nel metodo e nel merito. Del resto, circa la metà dei sostegni pubblici passa per il ministero di via Veneto. Giarda alla fine di luglio prende in mano il rapporto Giavazzi e ironizza sui suoi compiti per le vacanze. L’estate finisce, la prossima settimana comincia l’autunno e con le foglie cominciano a cadere anche le illusioni. Una cosa appare certa: il problema non è solo quanto si taglia, ma chi taglia. E qui il rebus diventa un vero rompicapo.

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