Economia

Piano città, 224 milioni sono troppo pochi

Per rilanciare l’edilizia ci vorranno anche investimenti privati oppure l’iniziativa prevista nel decreto sviluppo fallirà

(Credits: Vincenzo Coraggio / LaPresse)

I fondi stanziati per il Piano Città che prevede il recupero di aree cittadine degradate, pari a 224 milioni di euro, sono considerati decisamente pochi per rilanciare in maniera seria un settore come quello edilizio che sta risentendo pesantemente della crisi. A confermarlo a Panorama.it è Alessandro Frascarolo, vicepresidente dell’Aniem, l’Associazione nazionale delle imprese edili manifatturiere, che rappresenta il mondo delle piccole e medie aziende, le più interessate alla riuscita dell’iniziativa. “Diciamo subito che qualsiasi cosa vada nella direzione di rilanciare il lavoro è benvenuta – esordisce Frascarolo -, ma dobbiamo anche subito evidenziare che le risorse messe a disposizione dal governo sono davvero esigue, anche perché verranno spalmate in più anni”.

Il provvedimento del governo sul Piano città contenuto nel Decreto sviluppo , prevede infatti che il budget di 224 milioni di euro venga così ripartito: 10 milioni per il 2012, 24 milioni per il 2013, 40 milioni per il 2014 e 50 milioni per ciascuno degli anni 2015, 2016 e 2017.

Altra questione che lascia aperti molti interrogativi poi è la reale efficacia di iniziative come queste. In passato infatti più volte sono stati tentati esperimenti analoghi che alla fine della fiera non hanno sortito nessun effetto duraturo. “L’ultimo in ordine di tempo – racconta Frascarolo – risale al 2009 quando il governo Berlusconi lanciò un piano case che prevedeva di incentivare le attività di ristrutturazioni delle abitazioni. L’idea in sé era ottima, peccato che la sua pratica applicazione fu demandata alle Regioni, che in tempi successivi, sull’onda anche di una campagna mediatica che urlò subito alla cementificazione selvaggia, emanarono una serie di norme talmente restrittive da far fallire il progetto”.

Ci si chiede allora questa volta perché il Piano città voluto dal governo Monti possa riuscire lì dove tutti gli altri hanno fallito. “Le premesse appaiono positive per due ragioni fondamentali – spiega Frascarolo -. Innanzitutto le decisioni sui progetti presentati dai Comuni, saranno affidate ad una cabina di regia centralizzata che opererà presso il ministero delle Infrastrutture”.

Certo, a guardarlo proprio bene non si tratta di un organo agilissimo, visto che dovrebbe essere composto da 16 persone, appartenenti a vari enti e ministeri, da quello delle Infrastrutture, passando per la Conferenza Stato-Regioni, e via via tutti gli altri ministeri che potrebbero avere voce in capitolo come quello dei Beni culturali  e dell’Ambiente, fino alla Cassa depositi e prestiti. Insomma un gruppo decisamente ben assortito di tecnici, la cui capacità di prendere decisioni rapide ed efficaci sarà tutta da dimostrare.

“Ma c’è un secondo elemento che potrebbe favorire ulteriormente la riuscita del Piano – aggiunge Frascarolo – e cioè la definizione ben precisa dei criteri con cui la cabina di regia deciderà, criteri che dovrebbe accelerare le procedure”. Il governo ha infatti stilato un vero e proprio ordine di priorità con cui i tecnici dovranno dare via libera ai progetti: al primo posto ci sarà l’immediata cantierabilità degli interventi, al secondo la capacità di coinvolgimento di soggetti e finanziamenti pubblici e privati, a seguire la riduzione di fenomeni di degrado sociale, poi il miglioramento della dotazione infrastrutturale anche con riferimento ai mezzi di trasporto urbano e infine il miglioramento della del tessuto sociale ed ambientale. “Come si vede si tratta di criteri molto pratici – sottolinea Frascarolo – soprattutto il primo. Infatti a parità di interesse, si darà precedenza a quei progetti che saranno immediatamente cantierabili, e questo è fondamentale”.

Una notazione importante la merita poi il secondo criterio, quello che dovrebbe prevedere l’integrazione di finanziamenti pubblici e privati. “Qui sta la chiave di volta di tutto il Piano Città" dice Frascarolo. "Se si riuscirà infatti a generare un effetto moltiplicatore degli investimenti allora ci sarà un vero rilancio del settore, e si potrebbe arrivare a creare anche centomila posti di lavoro come qualcuno ha ventilato. Ma se questo non avverrà, si otterrà semplicemente di spendere quei 224 milioni per dare lavoro a qualche migliaio di persone, punto e a capo”.

Una partita tutta da giocare dunque, il cui fischio di inizio è stato però già dato visto che al momento sono circa 16 le città, tra cui grossi centri come Roma, Napoli, Genova e Bari, che hanno già presentato progetti, e altrettanti se ne attendono da altri Comuni. Un modo di testare subito l’efficacia dei nuovi strumenti messi in campo dal governo.

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