Economia

Peugeot, Opel e il grande male dell'auto

La crisi, l'invecchiamento della popolazione, il rinvio degli acquisti. Così crolla un mercato

L'ex amministratore delegati di Opel Karl Friedrich Stracke (AP Photo/Thomas Lohnes/LaPresse)

Prima in Francia la Peugeot chiude lo stabilimento di Aulnay e annuncia il taglio di 8 mila posti di lavoro; poi in Germania, a sorpresa, a poco più di un anno dalla sua nomina, Karl Friedrich Stracke si dimette dalla carica di amministratore delegato della Opel che aveva assunto con l’impegno, evidentemente vano, di risollevare le sorti di una casa automobilistica in gravissime difficoltà.

Non è dunque solo la Fiat, come più volte sottolineato , a soffrire per la grave crisi che in questo momento sta attraversando il settore automobilistico in Europa. E d’altronde a testimoniarlo ci sono numeri che non lasciano spazio a dubbi.

Secondo gli ultimi dati aggregati ufficiali, riferiti al mese di maggio, in Europa le immatricolazioni sono scese dell’8,4%, a quota 1,15 milioni di veicoli venduti. Un calo vertiginoso testimoniato anche dai risultati dei singoli marchi: la Volkswagen registra un calo delle vendite del 5,5%, anche se può consolarsi con una quota di mercato che la vede primeggiare salendo dal 23,9% al 24,6%. Alle sue spalle la Psa Peugeot Citroen che fa segnare un pesantissimo -19,6% a livello di immatricolazioni con una quota di mercato che scende dal 13,5% all’11,8%. E non va certo meglio per Gm, il marchio americano che controlla Opel, che in Europa fa segnare un preoccupante -8,6% in termine di vendite, con una quota di mercato stabile all’8,8%.

A seguire poi Renault con -12,8% di immatricolazioni e quota di mercato all’8,4%, Ford con -12,6% di vendite e quota di mercato al 7,6% e infine la Fiat, che a maggio ha fatto registrare un calo di vendite del 12,1% con una quota di mercato che dal 7,5% è scesa al 7,2%. E per il Lingotto tra l’altro sono già arrivate notizie molto negative per giugno dal mercato interno, con immatricolazioni che ci hanno riportato a valori del 1979 .

Ma quali sono le ragioni che stanno mettendo a così dura prova il mercato dell’auto in Europa?

“Innanzitutto – spiega a Panorama.it l’economista Giuseppe Berta – ci sono gli effetti della crisi e dell’austerità finanziaria che stanno contraendo pesantemente i consumi”.

In più, “l’Europa sta invecchiando demograficamente e si sa che sono i giovani quelli più propensi a comprare auto nuove e a cambiarle con una certa frequenza. A testimoniarlo c’è l’effervescenza dei mercati americani e cinesi dove non a caso le nuove generazioni sono molto meglio rappresentate”. In questo senso a fine anno l’Europa potrebbe attestarsi su valori di vendite complessivi pari a circa 10 milioni di veicoli, contro i 13 degli Usa e i 23 milioni della Cina.

“Infine – aggiunge ancora Berta – a influire negativamente sulle vendite c’è il fatto che i consumatori in questo momento hanno il coltello dalla parte del manico. Quando entrano in una concessionaria infatti sono sommersi da offerte speciali e paradossalmente questo li induce a pensare che se magari aspettano ancora un mese riusciranno a portare a casa l’auto ad un prezzo ancora inferiore. Questo induce un fenomeno di rinvio della decisione di acquisto che sta ulteriormente penalizzando il mercato europeo”.

E di fronte a questi tre fattori penalizzanti, a nulla possono servire decisioni unilaterali di singoli Paesi. È il caso della Francia ad esempio dove proprio oggi il presidente del gruppo Peugeot, Philippe Varin, ha lanciato un appello per una riduzione del costo del lavoro, a fronte di un governo che di suo aveva già fatto sapere di voler lanciare per il 25 di questo mese un piano di sostegno per il settore automobilistico in crisi. “La tentazione di fare in proprio – attacca Berta – è un grave errore, perché nel migliore dei casi è solo un modo per rinviare il problema. In realtà ci vogliono soluzioni che affrontino il problema a livello europeo”.

In questo senso tornerebbe dunque d’attualità la proposta, più volte ribadita dall’ad della Fiat Sergio Marchionne in qualità di presidente dell’Acea (l’associazione che riunisce i costruttori d’auto europei) di lanciare un processo di ristrutturazione del settore automobilistico a livello continentale simile a quello attuato per l’acciaio a metà degli Anni Novanta. “L’idea sarebbe ottima – precisa Berta – ma continua a trovare parere contrario da parte della Germania. Finché dunque i marchi tedeschi non verranno anch’essi pesantemente toccati dalla crisi, tenendo conto che il caso Opel è del tutto marginale, questa idea non potrà diventare realtà”.

E impraticabili al momento paiono rimanere anche le soluzioni che prospettavano possibili alleanze tra marchi europei. Tra le più ventilate c’è da tempo quella di una possibile acquisizione da parte della Fiat della Opel , un progetto diventerebbe ancora più plausibile alla luce proprio delle inattese dimissioni di Stracke. “In realtà l’americana Gm che controlla la Opel – fa notare Berta – non ha ancora rinunciato definitivamente alla prospettiva di diventare il primo produttore d’auto al mondo. In questa logica dunque è ben difficile che rinunci ad una presenza sul mercato europeo. Piuttosto stanno cercando di attuare delle ristrutturazioni interne, come ad esempio il trasferimento della produzione dell’Astra dalla Germania all’Inghilterra”.

Scenari aperti dunque. La cui definizione sembra ancora lontana.

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