Economia

Paul Krugman: ecco perché i sostenitori dell'austerity devono stare zitti

Si infiamma la polemica fra gli economisti di Harvard e il Premio Nobel che ribadisce il suo no alle teorie che giustificano il panico del debito

Un’immagine delle proteste contro le politiche dell’austerity in Spagna, in occasione della manifestazione del 1° maggio, a Madrid (Dominique Faget/AFP/Getty Images)

I toni della diatriba fra l’economista e Premio Nobel americano Paul Krugman e gli economisti di Harvard, Kenneth Rogoff e Carmen Reinhart, si sono infiammati ulteriormente. Rogoff e Reinhard, infatti, hanno accusato  Krugman di un “comportamento spettacolarmente incivile” e hanno rimandato al mittente le critiche al loro documento “Crescita in tempo di debito”. In una lettera di cinque pagine pubblicata sul sito di Reinhart , i professori esprimono tutta la loro insofferenza per gli attacchi di Krugman che non ha mai risparmiato commenti al vetriolo agli autori del documento e al loro seguito di sostenitori dell’austerity.

La saga, in realtà, è nata casualmente. E’ stato quando Thomas Herndon, giovane laureando della University of Massachusetts Amherst, ha trovato un errore nel foglio di calcolo di Rogoff-Reinhart, che i nodi sono venuti al pettine. A quanto pare, Rogoff e Reinhart non avevano mai reso pubblici i dati che hanno utilizzato per collegare alti livelli di debito al rallentamento dell’economia e per giustificare una politica di austerità. A Herndon, che li aveva richiesti per un'esercitazione, i dati erano invece arrivati. Ed è così che è emerso l’errore che ha messo in crisi l’intera costruzione teorica. Lo studente, insieme ai suoi professori Robert Pollin e Michael Ash, ha reso pubblica la sua “scoperta”. Rogoff e Reinhart hanno ammesso l’errore, hanno preso le difese del proprio lavoro e hanno ripubblicato sul proprio sito la correzione al documento incriminato del 2010. 

Ma la scoperta del giovane studente aveva ormai acceso la miccia e Krugman non si è lasciato scappare l’occasione per ribadire un'ennesima ferma condanna alle teorie dell’austerity. E lo ha fatto, ovviamente, ricostruendo come il documento dei due professori, che  aveva assunto lo stato di dogma per i sostenitori dell’austerity, fosse fallato all’origine . “I difensori dell’austerità hanno preso il documento come verità rivelata per dimostrare che un debito pubblico al 90% rappresenta le Colonne d’Ercole dell’economia”, scrive Krugman, secondo il quale i sostenitori dell’austerity avevano bisogno di una “prova” delle proprie convinzioni, da qui la cieca adesione al lavoro di Reinhart e Rogoff. “Il tutto a dispetto delle voci critiche che hanno sollevato dubbi sulla metodologia e sulle conclusioni”. 

Nelle ultime ore, letta la lunga missiva di Rogoff e Reinhart, Krugman ha ritenuto opportuno ribattere a sua volta alle accuse e lo ha fatto con un post intitolato ironicamente “Reinhard e Rogoff non sono contenti ”. Con questo commento, Krugman ha smontato la costruzione del “criterio del “90%”. Scrive il Premio Nobel: “Esiste, come hanno concordato tutte le persone coinvolte in questo dibattito, una correlazione negativa fra il debito e la crescita". Il risultato è che si può tracciare una linea a qualsiasi punto (80, 90%) e i Paesi con un debito superiore a quel livello avranno una crescita inferiore rispetto a Paesi con un livello di debito più basso. "Ma - prosegue Krugman - c’è un’enorme differenza fra dire: “I Paesi con un debito superiore al 90% tendono ad avere una crescita più lenta rispetto a Paesi con un debito inferiore al 90%”. E dire: “La crescita rallenta fortemente quando il debito supera il 90% del Pil”. La prima affermazione è vera, la seconda no”. 

Dunque, conclude Krugman, i colleghi di Harvard hanno sfumato (a proprio vantaggio) le distinzioni e hanno continuato a farlo anche nelle loro ultime comunicazioni. “Purtroppo, non aver chiarito questo fraintendimento prima ha fatto molti danni”, è l’amara conclusione dell’esperto che non ha mai smesso di mettere in guardia dalla politica dei tagli.

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