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Perché Parigi non fa mai i compiti a casa?

Aiuti di stato alle aziende in crisi, veti alle acquisizioni indesiderate, ostacoli alla libera iniziativa imprenditoriale... Eppure, nessuno chiede alla Francia riforme strutturali e la Ue chiude anche un occhio sul deficit fuori controllo. Forse fare i duri conviene.

Credits: Stefano Carrara

Mentre la Commissione europea, la Bce, il Fondo monetario, l’Ocse e, ultima ma non ultima, Angela Merkel non danno tregua all’Italia affinché faccia i compiti a casa e le riforme strutturali in grado di ridare competitività alla sua economia, la Francia continua impunemente per la sua strada assai rétro: interventista e protezionista. Con il risultato che se il commissario Ue agli Affari economici, Olli Rehn, ricorda all’Italia che il limite del 3 per cento al rapporto deficit/pil è invalicabile, lo stesso Rehn concede alla Francia altri due anni per rientrare dal suo poco commendevole 3,9 per cento del 2012 (4,2 quest’anno, secondo le stime Ue). «Considerando la situazione economica, è forse ragionevole estendere di due anni la scadenza per la Francia e quindi correggere il deficit eccessivo entro il 2015» ha detto.

Smentendo l’ipotesi di nuove privatizzazioni, il ministro dell’Economia Pierre Moscovici parla di «una gestione fine del capitale dello stato, conservando il suo ruolo strategico». E subito Arnaud Montebourg, ministro dell’Industria, blocca la France Télécom, impedendole di vendere Dailymotion all’americana Yahoo. «Una delle migliori start-up di Francia (una sorta di Youtube, ndr) deve restare francese» è la parola d’ordine. Una specie di golden share applicata alla bisogna, mentre l’Italia si è dovuta piegare alla volontà della Ue, modificando le sue regole, bocciate perché lesive della libertà di stabilimento e della libera circolazione dei capitali.

Ancora: proprio due giorni prima dell’affaire-Dailymotion, come da promesse elettorali del presidente François Hollande, è stata depositata la proposta di legge socialista che impone agli imprenditori che vogliono vendere un sito industriale con oltre 1.000 dipendenti di avvisare preventivamente i sindacati, cercare un compratore per almeno tre mesi e, in caso di insuccesso, pagare una somma pari a 20 volte ogni salario annuale soppresso, destinata a finanziare un «fondo di rivitalizzazione». Un altro provvedimento che difficilmente potrebbe essere rubricato come riforma strutturale per ammodernare il paese.

Parbleu, ma come fanno i francesi ad averla sempre vinta? La capacità di fare sistema conta, eccome. La Peugeot-Citroën lo sa bene, come dimostra l’«aiutino» da almeno 120 milioni di euro avuto dal governo, cifra che può salire fino a 7-800 milioni. È questo il risultato, infatti, della prima emissione obbligazionaria effettuata dalla banca del gruppo automobilistico con la garanzia dello stato, un supporto garantito da Parigi fino a un massimo di 7 miliardi. Proprio la Commissione europea il 2 maggio ha deciso di vederci più chiaro, aprendo un’indagine. Ma intanto la prima tranche è stata venduta ed è già possibile fare due conti. Il 25 marzo la Banque Psa Finance ha piazzato titoli a tre anni per 1,2 miliardi (scadenza aprile 2016) al tasso dello 0,625 per cento grazie a un rating AA+ di Standard & Poor’s e Aa1 di Moody’s. Se però la banca avesse dovuto usare il proprio rating, avrebbe dovuto pagare almeno il 4 per cento, con un maggiore esborso di 40 milioni l’anno, 120 milioni per i tre anni.

Poi il 16 aprile Moody’s ha tagliato il rating a Ba1, come del resto già aveva fatto S&P, portandolo a livello junk, spazzatura. L’accesso al mercato (libero) è sempre più costoso, per non dire proibitivo. Per fortuna, ci pensa lo stato. In pratica, è il salvataggio pubblico di una banca privata. 

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