Economia

L'Italia nel 2014: perché servono investimenti per la crescita

Senza nuovo capitale, il ciclo favorevole non viene sfruttato appieno, è difficile avere incrementi permanenti della produttività e la competitività del Paese rallenta

Nel 2014 l’Italia dovrebbe tornare a crescere. Si discute sui numeri ma la vera domanda è: per quali ragioni dovrebbe tornare il segno più davanti al pil? Soprattutto per la crescita delle esportazioni nette, trainate in gran parte dalla ripresa (un po’ meno forte di quanto atteso) della domanda mondiale, e solo in piccola parte da un miglioramento della competitività. Gli investimenti invece dovrebbero crescere assai meno, e forse non crescere affatto. Qui sta il problema.

Senza investimenti il ciclo favorevole non viene sfruttato appieno e la crescita non si autosostiene. Soprattutto senza investimenti è difficile che ci siano incrementi permanenti di produttività e quindi la competitività del Paese non ne guadagnerebbe. Insomma, si perderebbe un’altra occasione per uscire da quel periodo di bassa crescita e stagnazione della produttività lungo quasi due decenni che colloca i problemi dell’Italia ben prima della crisi. Ma cosa dovrebbe spingere gli investimenti? Innanzitutto la prospettiva di nuovi mercati. Purtroppo molti paesi emergenti (Cina esclusa) mostrano segni di rallentamento e di debolezza strutturale.

Mentre l’Europa potrebbe offrire nuove opportunità, peccato che il mercato interno sia ancora largamente incompleto. E soprattutto le opportunità sarebbero grandemente aumentate dal varo di un vero e proprio mercato transatlantico. Ma oltre a condizioni che dipendono da scelte esterne all’Italia ce ne sono altre che dipendono da cosa farà il Paese. E qui l’elenco delle cose da fare è lungo e noto. Bisogna completare l’aggiustamento del sistema bancario, rafforzare i bilanci delle banche e metterle in condizione di erogare credito alle imprese. Bisogna semplificare la pubblica amministrazione nazionale e locale. Bisogna semplificare e accelerare la giustizia amministrativa. Bisogna tagliare tasse su imprese e lavoro, e possibilmente finanziarle con tagli di spesa. Poi ci sono gli obiettivi di più lungo periodo. Un sistema educativo efficiente e meglio finalizzato al mondo del lavoro. Un sistema di ricerca e innovazione integrato nel sistema europeo e globale. Queste misure richiedono tempo. Ma avere un programma credibile già di per sé può migliorare la fiducia delle imprese. E farle investire subito.

Pier Carlo Padoan, capoeconomista e vicedirettore generale dell’Ocse.

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Pier Carlo Padoan

Pier Carlo Padoan oggi è capo economista e vicedirettore generale dell'Ocse. È stato professore di Economia presso l'Università La Sapienza di Roma e direttore della Fondazione Italianieuropei. Dal 2001 al 2005, inoltre, ha ricoperto l'incarico di Direttore esecutivo per l'Italia del Fondo monetario internazionale con responsabilità su Grecia, Portogallo, San Marino, Albania e Timor Est.

Dal 1998 al 2001 è stato consulente economico per i primi ministri italiani Massimo D'Alema e Giuliano Amato.
Inoltre, ha ricoperto incarichi di consulenza per la Banca mondiale, la Commissione Europea e la Banca centrale europea.

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