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Nokia taglia 10.000 posti di lavoro

Per l’azienda finlandese si tratta di una scelta obbligata nell’ottica di ridurre i costi e rilanciare le proprie ambizioni nel settore dei dispositivi mobili. Il cui futuro sarà ancora strettamente legato alla partnership con Microsoft e Windows-Phone

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Stephen Elop (a sinistra), CEO di Nokia

L’accordo con Microsoft (prima) e l’uscita della famiglia di smartphone Lumia (poi) rappresentano un primo passo verso il ritorno alla competività. Ma non sono ancora sufficienti a risanare i conti, soprattutto in tempi di crisi come quelli che stiamo vivendo. Per questo motivo Nokia ha deciso: bisogna tagliare altri 10.000 posti di lavoro.

Una sforbiciata voluta dall'attuale Ceo di Espoo, Stephen Elop, anche alla luce dei risultati negativi del secondo trimestre dell’anno, i cui margini stimati sono "simili o minori" rispetto a quelli del primo quarto (-3% del fatturato).

"Dobbiamo ridare forma al nostro modello operativo ed assicurarci che la struttura che stiamo creando possa supportare le nostre ambizioni competitive", ha dichiarato il numero uno della società, cha ha poi fissato i tre punti chiave per il rilancio dell’azienda: il rafforzamento della linea di smartphone Lumia basati su Windows Phone, il miglioramento in termini di competitività e profittabilità dei cosiddetti feature phones e gli investimenti nell’area dei servizi basati sulla geo-localizzazione.

I tagli al personale (quasi un quinto della forza lavoro dell’azienda, escludendo il personale impegato nella joint venture con Siemens AG) rappresentano solo l’ultima di una serie di iniziative mirate alla riduzione delle spese nella divisione Devices & Services. L’obiettivo di Nokia, in questo senso, è di scremare i costi operativi (non-Ifrs) a un tasso annuale di circa 3 miliardi di euro da qui alla fine del 2013.

Per Pete Cunningham, analista di Canalys, si tratta di una misura dolorosa ma necessaria considerata la forte concorrenza di Apple e Samsung, due società che curano in maniera quasi scientifica il margine dei propri prodotti, delocalizzando in Cina buona parte della produzione e dell’assemblaggio. Gli fa eco Alexander Peterc, analista di BNP Paribas, che parla di scelta obbligata, giacché senza una riduzione dei costi Nokia rischia di uscire dal mercato nel giro di due anni.

In questa direzione va anche la dismissione degli asset non strettamente legati al core-business dell'azienda, come quelli di Vertu, il brand dei telefonini di lusso ceduto a una società di private equity.

Dal 2007, ovvero dall’uscita dell’iPhone e dall’inizio dell’era degli smartphone, Nokia ha perso circa 70 miliardi di euro di capitalizzazione, con un crollo dei margini operativi nel settore del telefoni cellulari di oltre 15 punti percentuali, dal 21,7% di cinque anni fa al 3,7% del 2011. Oggi l’azienda vale 7 miliardi di euro, e le sua azioni alla borsa di Helsinki hanno toccato il minimo storico dal 1996.

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