Economia

Mps, i tagli e la prova che il posto in banca non è più sinonimo di sicurezza

La lezione del piano di riduzione dei costi del gruppo senese è chiara: gli istituti di credito guadagnano sempre meno. E la situazione in futuro non migliorerà

Una cliente Mps davanti a un'agenzia del gruppo bancario (Credits: AP Photo/Luca Bruno)

C'era “il posto alle Poste”, che era l'emblema della stabilità e della sicurezza. Subito dopo, più ambito, più raro e più pagato, c'era il “posto in banca”. Dopo il piano industriale presentato ieri dal Monte dei Paschi di Siena, che prevede un un taglio del 13,8% delle filiali e un alleggerimento di personale pari a quasi il 14% rispetto alla consistenza attuale, cioè 4600 dipendenti in meno da qui al 2015 sugli attuali 33 mila, il “posto in banca” come siamo abituati a considerarlo, non ci sarà mai più.

Il Monte dei Paschi di Siena, terza banca italiana e unica delle tre “bi” a non aver ancora completato la propria ristrutturazione patrimoniale post-crisi, è anche la prima a manifestare concretamente un'esigenza che sarà presto comune a tutto il sistema: visto che si guadagna assai meno di un tempo a fare i banchieri, si devono tagliare i costi. Del personale, innanzitutto.

Una riprova? È nella dichiarazione con cui il fondo Pamplona ha motivato, soltanto ieri, il proprio “blitz” nel capitale Unicredit, spiegando di volersi inserire “in istituzioni finanziarie leader nei rispettivi mercati di riferimento in grado di poter ulteriormente consolidare la propria posizione nella imminente ristrutturazione del settore bancario europeo”. Proprio così: “imminente ristrutturazione del settore bancario europeo”.

Significa che i grandi istituti di credito, costretti dalla normativa europea a ricapitalizzarsi più che mai, appesantiti dal boom delle sofferenze indotto dalla crisi economica, penalizzati nei margini da servizi per la stessa ragione e in quelli da interessi per il maggior costo del denaro sull'interbancario, guadagnano assai meno; inoltre, la diffusione ormai capillare dei conti correnti on-line ha reso improduttiva l'enorme immobilizzazione di capitale costituita dalle reti fisiche di filiali progettate ancora in epoca e con mentalità “pre-internet”.

Ecco perchè il Monte taglia il 13,8% delle filiali e negli ambienti bancari bancari si sussurra che anche da parte di Intesa Sanpaolo e dello stesso Unicredit stiano per essere annunciate analoghe cure da cavallo: centinaia e centinaia di filiali chiuse, centri storici cittadini costellati di serrande chiuse, interi quartieri che cambieranno faccia.

Poi è chiaro che “buona gestione” aziendale non significa solo tagli all'organico: significa anche efficienza. Nel caso del Montepaschi, ad esempio, incorporazione delle controllate ed  esternalizzazione di numero società satelliti non-core, che comporterà l'uscita di 2300 dei 4600 lavoratori coinvolti nel piano; ed infine “efficientamento”, come dicono i consulenti, della redditività delle filiali. Ma insomma il “posto in banca” lucroso e intoccabile è destinato a rimanere un pallido ricordo.

Inutile dire che la rabbia dei sindacati – e non solo – si concentra contro la premessa storica che ha reso necessaria questa cura da cavallo a Siena, oltre ad aver imposto le ricapitalizzazioni effettuate negli ultimi anni e i 2 miliardi di “Tremonti bond” ad alto rendimento che la banca sta per emettere al fine di ottemperare ai requisiti patrimoniali impostile dall'European banking autorithy. La premessa storica è l'acquisizione per 9 miliardi di euro della Banca popolare antonveneta dal Banco del Santander nel 2007. Una scelta firmata da un vertice che non c'è più, l'allora presidente della banca (e, prima, della Fondazione) Giuseppe Mussari (che oggi guida l'Abi per un secondo mandato biennale, appena conferitogli).

Ma, al netto di ogni polemica sul passato, i fatti di oggi sono quelli che sono: la redditività caratteristica dell'attività bancaria è crollata in tutta Europa e Alessandro Profumo - lo stesso banchiere che fu primatista di Roe (“return on equity”, redditività sul capitale investito) con il 18% in Unicredit - oggi guida un Monte che, come del resto le altre grandi banche, si considera soddisfattissimo se totalizza un Roe pari alla metà. E se si guadagna meno, si deve correre ai ripari, come un qualsiasi settore industriale esposto alle intemperie della concorrenza: sarà paradossale, per un “cartello” come quello delle banche è sempre stato, ma è così.

Ed è, in fondo, l'effetto di un sistema di protezioni che sta cadendo a pezzi per la spinta della globalizzazione, della crisi dei derivati e di quella dei debiti sovrani, tutti fattori di destabilizzazione che hanno scosso alle fondamenta la “cittadella “del credito europeo.
Comunque, la cronaca registrerà nelle prossime settimane battaglie sindacali furibonde: il Montepaschi diventerà la linea-Maginot dei privilegi di un'intera categoria che sa di aver solo e tutto da perdere.

Ma proprio per le stesse ragioni, Profumo e il nuovo amministratore delegato del Monte Fabrizio Viola – e dietro di loro i soci, dalla Fondazione agli Aleotti agli stranieri – non potranno mollare.

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