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Economia

Marchionne, Monti e l'incontro che non decide

Chiederà soldi che il Governo non può dargli. E il Governo proverà a chiedergli garanzie. Che l'azienda non potrà fornire

Sergio Marchionne, amministratore delegato del gruppo Fiat-Chrysler (Credits: ANSA/ ALESSANDRO DI MARCO)

L'incontro è a Palazzo Chigi: da un lato Sergio Marchionne, con John Elkann, e dall'altro Mario Monti con Elsa Fornero e Corrado Passera, a parlare del futuro della Fiat in Italia. Ma le premesse delle ultime 24 ore sono state del tutto negative, se non pessime.

Venerdì, la rispostaccia che Marchionne ha tenuto a dare a Passera, fino al punto di diramare un comunicato stampa: “La Fiat investe in Brasile perchè lo Stato brasiliano sostiene gli investimenti”, ha detto il manager, evidentemente molto stizzito per la domanda retorica rivoltagli il giorno prima da Passera appunto parlando a San Paolo del Brasile: “Ci dica Marchionne, che qui in Brasile riesce a guadagnare molto bene, perchè invece in Europa non guadagna”.

E la risposta autolesionistica del manager significa, in sostanza, che i buoni risultati della Fiat in Brasile sono frutto degli incentivi pubblici e non della qualità o della competitività dell'azienda, il che fa di Marchionne una sorta di impiegato statale brasiliano...

Ieri mattina, poi, il premier Monti, a Pontignano (vicino Siena) per un altro evento, ai cronisti che lo assediavano chiedendogli cosa si attendesse dall'incontro del pomeriggio, ha risposto glissando, e alla fine ha sibilato un paio di battutacce: “Presidente, è fiducioso sull'incontro di oggi con Marchionne?”. “Sono fiducioso in questo incontro, quello di Pontignano...”. Il che, come viatico, non è il massimo. Quanto a Marchionne, intercettato a Torino ad un'inaugurazione, si è limitato a dichiarare: “La Fiat sta bene!”

D'altronde, soltanto un attesa di matrice populista può far pensare che il vertice di oggi sia decisivo. Perchè da una parte la Fiat non può che chiedere soldi, ma il governo non ha da dargliene; e dall'altra, il governo, non potento dar nulla in cambio, non ha argomenti di pressione per ottenere alcunchè dalla Fiat.

Le ipotesi delle ultime ore sono state tante. L'unica credibile è che la Fiat investa Monti della richiesta di un vertice europeo nel quale concordare un piano di riduzione graduale della capacità produttiva automobilistica nell'Unione, scenario al quale probabilmente i produttori francesi sarebbero favorevoli ma certamente non quelli tedeschi.

Comunque Monti potrebbe provarci, in fondo non è la prima volta che accade, c'è l'importante precedente storico dell'acciaio che venne smantellato in buona parte grazie al piano Davignon, con cui si permise agli Stati di assorbire i costi sociali della riduzione di capacità produttiva siderurgica.

Poi ci sono tante questioncelle “tattiche”: una è quella della revisione della riforma Fornero , che introduca nell'ordinamento una norma adatta a disarmare la Fiom-Cgil degli argomenti giuridici con i quali ha impugnato in 70 cause diverse i due accordi contrattuali aziendali, in deroga al contratto nazionale di lavoro, firmati dall'azienda a Mirafiori e Pomigliano col “sì” referendario della maggioranza dei dipendenti ed al prezzo dell'uscita dalla Confindustria, considerata intestataria dei contratti nazionali scavalcati...

Fronte spinoso anch'esso, perchè i diritti sindacali sono costituzionalmente rilevanti. E poi altre “condizioni di contesto”: per esempio il caro-benzina, che il governo potrebbe ridurre se trovasse le risorse fianziarie per sostenere la riduzione delle accise. O il caso “forzoso” delle tariffe RcAuto , che però gli assicuratori non accetterebbero mai...

Dal fronte sindacale qualcuno si spingeva a ipotizzare, per oggi, l'avvio di un negoziato di fatto sulle prossime chiusure di impianti e i relativi strumenti di welfare da mettere in campo, al costo del governo, per assorbire la nuova disoccupazione: cassa integrazione in deroga , ad esempio, o altri prepensionamenti, tutti – però – da decidere “ad hoc”, e considerando il pericoloso “effetto alone” che potrebbero creare del quale il governo deve preoccuparsi, trovando a gestire come di fatto gestisce, circa 150 tavoli di crisi...

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