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Marchionne, perché il piano FCA può funzionare

La risposta del manager al tonfo sui mercati. Gli operatori continuano ad essere molto prudenti sul titolo mentre Marchionne e Elkann comprano titoli. Ecco i numeri che dicono la verità

Sergio Marchionne e John Elkann. (credits: Bill Pugliano)

Che cosa c’è che non va con la Fiat? Dopo il tonfo di mercoledì (-11%), il mini recupero di giovedì (+1,7%) oggi il titolo appare ancora debole a Piazza Affari: ha trascorso la mattinata in territorio negativo e ora è in crescita dell'1% (ore 11). Un andamento deludente soprattutto perché segue la conferenza stampa “stellare” di Detroit durante la quale la prima linea dei manager di Fca (Fiat Chrysler Automobiles) ha illustrato a centinaia di giornalisti e analisti di tutto il mondo i programmi per i prossimi 5 anni. Il piano, come si sa, prevede investimenti per 55 miliardi e il lancio di una quarantina di nuovi modelli. Promesse che inieranno a realizzarsi dall’anno prossimo in poi e, quindi, difficilmente la scarsa fiducia nelle capacità del gruppo di realizzare gli obiettivi industriali che si è prefisso è la causa della debolezza.

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Sui motivi della fredda reazione da parte della borsa, Marchionne ha una sua spiegazione: “È perché il gruppo si è aperto ancora di più verso l’Europa. Sto parlando degli impegni finanziari per quanto riguarda lo  sviluppo della rete industriale del Paese. Stiamo investendo più di cinque miliardi in un sistema italiano in un contesto europeo. Un impegno di una certa misura". 

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Probabilmente ciò che lascia scettici gli operatori di borsa, che comunque dall’inizio dell’anno hanno spinto il titolo fino a fargli guadagnare il 31%, è la prima trimestrale dell’anno, presentata sempre a Detroit. Dai dati resi noti da Richard Palmer, il direttore finanziario, le vendite sono risultate in crescita del 12% rispetto allo stesso periodo del 2013 per ricavi complessivi pari a 22,1 miliardi di euro. Ci si sarebbe attesi una crescita anche del trading profit (una specie di utile lordo) mentre questo è rimasto stabile: 622 milioni di euro. La domanda, al di là degli investimenti e dei nuovi modelli promessi, è quindi molto semplice: Palmer ha indicato per la fine del 2014 un trading profit tra i 3,7 e i 4,4 miliardi di euro per poi arrivare a un (molto ambizioso) risultato di 9 miliardi nel 2018.

Visto l’andamento dei primi tre mesi questi obiettivi sono davvero raggiungibili? Se non lo fossero sarebbe un problema serio per tutto l’impianto del piano industriale che deve anche trovare il modo di finanziare gli investimenti. Palmer, in una slide, ha fatto capire abbastanza chiaramente che questi saranno finanziati attraverso il lancio di un’obbligazione convertibile. Resta da vedere per quale importo. Il fatto è che le gambe sulle quali si regge un gruppo che nel 2018 vuole arrivare a vendere 7 milioni di auto, sono fragili: il debito lordo complessivo è di circa 30 miliardi (10 quello netto), 20 dei quali concentrati in Fiat e 10 in Chrysler. Il costo sostenuto dall’azienda per interessi è stato di circa 3 miliardi nel 2013. Come farà a investire 50 miliardi senza aumenti di capitale (alcuni analisti credono invece che ci sarà e sarà di 3-4 miliardi), senza vendere asset e ripagare il costo del debito?

Marchionne è convinto di farcela e martedì, il giorno della presentazione del piano, ha comprato, in segno di fiducia, 130mila azioni della Fiat mentre John Elkann ne ha comprate altre 133mila. Il prezzo pagato da Marchionne è stato di 7,57 euro e quello pagato da Elkann 7,55. 

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