Economia

Ligresti, la lettera incriminata e i tanti possibili responsabili...

Salvatore Ligresti

Questo che state per leggere è un post reticente, filtrato e autocensurato. Perchè se si rivelassero vere la metà delle ipotesi di reato che si vedono in controluce negli ultimi sviluppi delle indagini sul caso Ligresti, ci sarebbe di che mandare alla sbarra un bel po' di nomi illustri della finanza italiana. Ma visto che le cronache giudiziarie italiane, per chi sperava di vedere un po' moralizzati i costumi del “salotto buono” grazie ai pm, hanno prodotto più disillusioni che soddisfazioni, meglio attenersi ai fatti e anteporre a tutto la presunzione d'innocenza...

Ciò detto, qual è la novità? La novità è che la Procura di Milano ha sequestrato una lettera segreta che sarebbe stata firmata dall'ingegner Salvatore Ligresti, “patriarca” del gruppo di famiglia e di Fonsai, e dall'amministratore delegato di Mediobanca Alberto Nagel, nella quale il banchiere garantiva all'ingegnere una specie di liquidazione in denaro, “a prescindere” da tutti gli accordi di mercato presentati ufficialmente, nella misura di 45 milioni di euro, pagati a Montecarlo, più vari altri privilegi per lui e per i figli.

Mediobanca ha subito smentito l'esistenza della lettera, Ligresti l'ha confermata e la Procura l'ha trovata, o almeno si suppone che l'abbia trovata, e firmata debitamente, visto che ha effettuato un sequestro presso lo studio dell'avvocatessa Cristina Rossello, segretario del patto di sindacato di Mediobanca in quanto erede professionale del celebre Ariberto Mignoli.

La “chicca” rivelata dal Corriere della Sera – quotidiano del gruppo Rcs, di cui Mediobanca è il primo azionista – è che Jonella Ligresti abbia chiesto una copia firmata della lettera alla Rossello ricevendo un rifiuto ma abbia registrato la conversazione in cui il legale avrebbe confermato l'esistenza della lettera e delle relative firme, sottolineando di non poterla però esibire né darne una copia senza il consenso dei firmatari: quindi più d'un fimatario, oltre a Nagel...

Se quest'ipotesi rispondesse al vero, nella “scrittura privata” in cui di fatto la lettera consisterebbe, si anniderebbe una ragguardevole sfilza di illeciti: ostacolo alla vigilanza, innanzitutto, visto che la Consob aveva esplicitamente proibito alle controparti di negoziare i trattamenti di favore richiesti dai Ligresti, e visto che comunque, in una vicenda così intricata e giuridicamente scivolosa, un atto segreto è di per sé scorretto verso il mercato e le autorità; e ci sarebbe forse un'illecita costituzione di capitali all'estero. Insomma, tutte le premesse per far saltare il disegno di “salvataggio” Fonsai così come impostato e ormai in corso, e rimettere tutte le decisioni in capo alla magistratura.

La sostanza nota dell'operazione Fonsai è però, e resta, che l'accrocchio della quadrifusione Unipol-Premafin-Fonsai-Milano, pur utile a rimettere in carreggiata la Fonsai diluendone i problemi finanziari in un contesto grande il doppio, certamente molto meglio gestito, e suscitando comunque 2,2 miliardi di euro di nuova finanza, è stato costruito soprattutto su misura degli interessi dei due creditori principali di Ligresti e Unipol (Mediobanca) e del solo Ligresti (Unicredit).
In un mercato più limpido, la disastrosa gestione ligrestiana sarebbe stata sanzionata dalla caduta senza riserve della famiglia e dal prezzo pagato dalle banche che l'avevano inopportunamente sostenuta.

Pochi ricordano che qualche mese prima di essere licenziato l'allora amministratore delegato di Mediobanca Vincenzo Maranghi, che pure aveva sempre controfirmato il sostegno prestato dal suo mitico capo Enrico Cuccia a Ligresti, scrisse al padrone della Sai una lettera di fuoco per ricordargli che dopo la fecente fusione con Fondiaria, la vecchia gestione familistica, disordinata e dissipatrice che già in Sai faceva danni non avrebbe più potuto essere reiterata, poiché il nuovo contesto era troppo più grande e problematico di quello di Fonsai... Per tutta risposta Ligresti aderì al “plotone” di soci di Mediobanca che fucilò Maranghi. E i successori del banchiere, da subito Nagel come amministratore delegato e Pagliaro come direttore generale (oggi presidente) hanno confermato il sostegno alla famiglia spendendosi anche per il recente rinnovo di Jonella Ligresti nel cda della banca...

L'errore professionale rappresentato da una simile condotta non avebbe alcun bisogno, in un mercato moderno e in un Paese serio, di essere “condito” dall'eventuale commissione di illeciti per implicare una sanzione reputazionale tale da rendere impossibile la permanenza in incarichi di tanta responsabilità. Chi rompe paga, nei posti normali. In Italia, quasi mai. E stavolta?

© Riproduzione Riservata

Commenti