Economia

Lavoro:la riforma è legge e il Financial Times la boccia. Difficile dargli torto

Parla Maurizio Del Conte, giuslavorista dell'Università Bocconi: “le regole sui contratti e sui licenziamenti da oggi sono più confuse e non aiuteranno i giovani disoccupati”

Il minsitro del welfare, Elsa Fornero (Credits:LaPresse)

Dopo mesi di discussioni, finalmente cala il sipario. Da oggi la nuova riforma del lavoro che porta la firma del ministro del welfare, Elsa Fornero, è diventa una legge dello stato italiano, con la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale.

Alla vigilia del debutto, la riforma Fornero ha incassato però un'altra sonora bocciatura da parte dei giornali stranieri e in particolare dal quotidiano economico britannico Financial Times, secondo il quale la nuova legge sul lavoro penalizza i giovani, mantenendo invece inalterate le tutele per  i dipendenti più anziani.

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“Difficile dare torto a queste affermazioni”, dice Maurizio Del Conte, professore di diritto del lavoro all'Università Bocconi che, nella sostanza, condivide la posizione espressa dal  prestigioso  quotidiano anglosassone.

Per una volta, i giornali stranieri hanno pienamente ragione?

Direi di sì. Spesso i quotidiani inglesi sono un po' prevenuti verso il nostro paese e vanno dietro a molti luoghi comuni. Ma, in questo caso, hanno azzeccato in pieno le critiche.

Perché?

Mi dispiace doverlo dire: il risultato della riforma del lavoro è assai deludente.

Cosa non le piace?

Molte cose. Faccio prima a dire ciò che mi piace.

Prego...

La parte della riforma che tratta degli ammortizzatori sociali è un buon passo avanti. Viene creato  un nuovo sussidio alla disoccupazione per una vasta platea di lavoratori. Bisognerebbe però rafforzare anche le attività di  formazione e di reinserimento nel mondo produttivo di chi ha perso il posto.

Passiamo alla critiche....

Purtroppo, sono tante. Sull'articolo 18, per esempio, si è arrivati a un testo molto confuso, che rischia di rendere ancor più ingarbugliato il contenzioso per i licenziamenti. Mesi fa, il professor Ichino sottolineava  la necessità di scrivere una riforma del lavoro facilemte traducibile in inglese, per agevolare gli investimenti esteri in Italia. Mi sembra che invece sia stato fatto il contrario: è stata approvata una legge difficilmente comprensibile anche in italiano, almeno in certi punti.

Il suo collega, Michele Tiraboschi, pensa che cambiare l'articolo 18 sia stato un boomerang. E' d'accordo?

Sì. Per poter ottenere delle aperture dai sindacati sulle modifiche articolo 18, il governo ha dovuto fare molte concessioni su altri punti, in particolare sui contratti di lavoro flessibile, introducendo dei vincoli abbastanza stringenti, che non agevolano certo le assunzioni.

L'obiettivo, però, è un altro: impedire l'abuso della flessibilità. Il governo non ci riuscirà?

Direi proprio di no. Non credo che si debba demonizzare o penalizzare i contratti a termine e le collaborazioni flessibili, che sono comunque una forma di lavoro tutelata dalla legge, con il riconoscimento di certi diritti ai dipendenti. Per agevolare le assunzioni stabili dei giovani o dei precari, si dovevano percorrere altre strade.

Quali?

Semplicemente incentivare i contratti a tempo indeterminato con sgravi fiscali o contributivi. Su questo punto, però, il governo è stato rinunciatario in partenza: sapeva che, per fare queste riforme, non c'erano sufficienti risorse finanziarie e, proprio per questa ragione, si è illuso di poter  creare nuove occasioni di lavoro stabile soltanto intervenendo sulla disciplina dei contratti. Il problema del nostro paese, però, oggi è prima di tutto la mancanza di lavoro, non l'eccesso di lavoro flessibile.

Dunque, lei è d'accordo con il premier Mario Monti, quando dice che la concertazione governo-sindacati è dannosa?

Nel nostro paese, purtroppo, il dibattito politico è dominato spesso dagli slogan. E mi rammarico che anche il nostro presidente del consiglio si sia prestato a questo gioco.

Che significa?

Il problema dell'Italia non è la concertazione che, in alcune epoche storiche come negli anni '90, ai tempi del governo Ciampi, è stata invece molto utile per fermare l'inflazione e risanare i conti pubblici.

Qual è il problema, allora?

E' la mancanza di rappresentanza: oggi, in effetti, ci sono intere classi e intere generazioni di lavoratori che purtroppo non hanno voce in capitolo nella politica economica e sociale dei governi, perché non sono adeguatamente rappresentate dai sindacati.

Dopo la riforma Fornero, il mercato del lavoro italiano sarà dunque peggiore di prima?

Non lo so, anche perché bisognerà vedere come si comporteranno i giudici di fronte alle nuove regole sui licenziamenti. Di sicuro, c'è il rischio concreto che le regole del nostro mercato del lavoro diventino molto più confuse di prima. Non è un fatto positivo.

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