Economia

Lavoro: in Italia 8 assunzioni su 10 sono precarie. Ma in Europa non va molto meglio

Per Unioncamere, è sempre più difficile per i nostri connazionali ottenere un inquadramento stabile. Michele Tiraboschi (Università di Modena) invita però a non demonizzare i contratti a termine, che esistono in tutti i paesi del Vecchio Continente

Una manifestazione di studenti e precari a Roma (Credits: LaPresse)

Nel prossimo trimestre, più di 8 assunzioni su 10 avverranno con contratti precari o a termine. Sono le ultime previsioni, ben poco confortanti, elaborate da Unioncamere sul mercato del lavoro italiano, che mettono in evidenza una realtà già ben conosciuta da molti nostri connazionali: per chi è in cerca di un'occupazione, al Nord come al Sud, sta diventando sempre più difficile riuscire a trovare un inquadramento stabile.

PRECARI E SOTTOPAGATI.

Su 159mila nuovi posti di lavoro previsti da Uniocamere tra luglio e settembre del 2012, soltanto il 19,8% sarà infatti regolato da contratti a tempo indeterminato (contro il 30% del semestre scorso), mentre la stragrande maggioranza delle assunzioni avverrà, appunto, con inquadramenti flessibili. A questi dati che già stanno facendo molto discutere, vanno poi  aggiunti quelli registrati da Bankitalia sulle buste paga: nel nostro paese, tra il 2006 e il 2010,  i salari mensili sono diminuiti in media di circa 50 euro, causando un impoverimento di ogni famiglia per ben 880 euro all'anno. Oltre a essere precari, dunque, i lavoratori italiani sono anche pagati sempre meno.

IL CONFRONTO CON L'EUROPA.

A ben guardare, mentre le nostre retribuzioni sono davvero tra le più basse in Europa , il lavoro flessibile non è però un fenomeno soltanto italiano. Secondo le statistiche dell'Ocse (aggiornate a fine 2011), in tutta la Pensiola gli inquadramenti a tempo determinato rappresentano infatti il 13,5% di tutti i contratti di lavoro esistenti: un livello inferiore a quello che si registra in altri paesi del Vecchio Continente come la Francia (15,3%) la virtuosa Germania (14,7%), e soprattutto la Spagna (25,3%). Soltanto pochissime nazioni come la Gran Bretagna (6,1%) e l'Austria (9,6%), registrano invece delle percentuali sensibilmente inferiori.

L'unica particolarità italiana è rappresentata dal fatto che il lavoro flessibile, a sud delle Alpi, sta crescendo più che altrove. Mentre negli altri paesi la quota di contratti a termine è rimasta pressoché invariata rispetto a 10 anni fa (o ha subito leggere variazioni), nella Penisola si è registrato invece invece un aumento di ben 4 punti percentuali nell'arco di due lustri (nel 2001, gli inquadramenti “a tempo” erano infatti al 9,5%). Inoltre, non va dimenticato che nel nostro paese esistono centinaia di migliaia di falsi lavoratori autonomi, cioè liberi professionisti con partita iva che operano per una sola azienda committente e che, di fatto, possono essere assimilati a dipendenti precari, facilmente licenziabili dall'oggi al domani.

LA BUONA FLESSIBILITA'.

Michele Tiraboschi , docente di diritto del lavoro all'Università di Modena e Reggio Emilia ed ex-allievo di Marco Biagi, invita però a evitare qualsiasi discussione ideologica su questi temi. “Oggi”, dice Tiraboschi, “le assunzioni flessibili vengono spesso ingiustamente demonizzate, senza però proporre alternative credibili”. Secondo il professore, infatti, il problema del nostro paese non è l'esistenza dei contratti a termine o precari, che per molte persone rappresentano comunque un'opportunità per entrare o per reinserirsi nel mondo produttivo. Piuttosto, a detta di Tiraboschi, il mercato del lavoro italiano è tra i peggiori d'Europa per la forte incidenza delle assunzioni irregolari, cioè quelle che avvengono senza nessun contratto o con inquadramenti precari prolungati troppo a lungo nel tempo, quasi all'infinito.

I RISCHI DELLA RIFORMA FORNERO.

Nei prossimi anni, però, secondo il professore dell'Università di Modena, la situazione potrebbe addirittura peggiorare. L'ultima riforma del lavoro che porta la firma del ministro del welfare, Elsa Fornero ,  rischia infatti di rivelarsi un passo indietro rispetto agli analoghi provvedimenti  approvati nei decenni scorsi, come il pacchetto Treu o la legge Biagi. La riforma Fornero  impone infatti maggiori vincoli per le assunzioni con  flessibili, senza però introdurre nessun incentivo per gli inquadramenti stabili a tempo indeterminato. “Anche per i contratti di apprendistato”, dice ancora Tiraboschi, “il governo si è limitato a confermare le disposizioni ideate in precedenza dall'ex-ministro Sacconi, rendendole però un po' più burocratiche, con molti obblighi per le aziende nelle attività di formazione destinate ai giovani”. Penalizzando il lavoro flessibile, dunque, la riforma Fornero potrebbe rivelarsi un boomerang e un rimedio peggiore del male: invece di creare  occupazione, le regole sul mercato del lavoro renderanno più difficile per le imprese l'assunzione di nuovo personale.

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