Economia

La fine delle banche

Lo scandalo Barclays. La crisi di liquidità in Europa. I tagli in Italia. Gli istituti di credito sono nel ciclone. E nulla sarà più come prima

Bob Diamond, amministratore delegato di Barclays

All’Ing Direct café di San Francisco, accanto a Union Square, il barista versa una tazza di Peet’s (chicchi a tostatura speciale molto alla moda in California). Poi chiede al cliente come vuole il latte e butta là con nonchalance: «Non avrebbe anche bisogno di una carta di credito?». La filiale della Ing, il colosso olandese noto in Italia per il Conto Arancio, è senza dubbio all’avanguardia. Ma la sostanza non muta alla Bnp dell’Opéra a Parigi, anche se l’accoglienza è meno casual: tappeti rossi, una lounge con divanetti, tv a schermo piatto e l’immancabile caffè.

È la nuova banca, che però ai bancari non piace granché. La funzionaria italiana B.G. non ci sta: «E no, questo è troppo». Ha cominciato, appena laureata, alla Cassa di risparmio di Roma, poi nel 1989 con il Banco di Santo Spirito cambia filiale e mansione. Nel 1992 nasce la Banca di Roma e lei esce dallo sportello. Con la Capitalia dal 2002 comincia a vendere prodotti finanziari sempre più astrusi. Quando nel 2007 avviene la fusione con l’Unicredit, peregrina tra Roma e Milano, perché Alessandro Profumo voleva l’integrazione. Il suo successore, Federico Ghizzoni, invece, riporta in voga il territorio. Una giostra continua. «E adesso dovrei fare anche la barista?» geme B.G.

«Capisco le paure, ma questo è il futuro, anzi il presente» sostiene Alberto Antonietti, responsabile delle strategie alla Accenture, la società di consulenza che aiuta a realizzare i progetti di ristrutturazione. La banca deve reinventare se stessa: in basso, nel rapporto con il cliente, e in alto, nel vituperato mestiere di chi prende e intermedia i risparmi della gente.

Fino a pochi anni fa il banchiere sedeva tronfio su una montagna immensa di denaro: attivi totali che raggiungono i 53,8 mila miliardi di dollari; poi c’è il sistema ombra, 648 mila miliardi di dollari in contratti Otc (over the counter, da banco, cioè fuori listino), nove volte il prodotto lordo mondiale annuo. Nel settembre 2008 con il crac di Lehman Brothers tutta questa massa liquida si è congelata per alcuni giorni. È arrivata la grande paura. «Nulla sarà come prima» si disse. Ma il lupo ha perso il pelo, non il vizio.

La Commerzbank aumenta persino il capitale per pagare i superbonus ai manager. La Jp Morgan ha in pancia derivati per 70 mila miliardi e ne ha persi, pare, 9 con scommesse sbagliate. Il potente boss, Jamie Dimon, è sotto il tiro degli azionisti e del Congresso americano, anche per presunte manipolazioni del mercato elettrico. Sul collo di Lloyd Blankfein, numero uno della Goldman Sachs, c’è pure la magistratura. E poi ecco il trader che apre un buco da 2,3 miliardi nella Ubs. Uno scandalo tira l’altro.

Ma il peggiore di tutti investe la Barclays, che ha imbrogliato manipolando il Libor (London interbank offered rate), il tasso interbancario, introdotto trent’anni fa, diventato il punto di riferimento per i mutui. Si sono dimessi Marcus Agius, presidente della banca, l’amministratore delegato Bob Diamond (il quale minaccia di tirare in ballo la complicità di Paul Tucker, numero due alla Banca d’Inghilterra) e il direttore generale. I fatti risalgono al 2007 e 2008, se confermati dimostrano le manovre dietro le quinte che hanno aggravato il crac finanziario. E mettono sotto accusa l’intero sistema. In totale sono coinvolte 22 istituzioni, le maggiori del mondo, però il meccanismo che ogni mattina fissa il Libor per ogni moneta è una vera e propria reazione a catena: 16 banche per la sterlina, 18 per il dollaro americano, 15 per l’euro e così via. Il Libor è un termometro: più alto è il tasso, più la salute finanziaria è a rischio. Dunque, sarebbe stato aggiustato al ribasso per tranquillizzare i mercati. Se i più potenti si mettono d’accordo, ci si può ancora fidare?

Il governatore della Banca d’Inghilterra, Mervyn King, accusa i capi di Barclays, Royal Bank of Scotland, Hsbc e Lloyds di «manipolazione fraudolenta e trattamento meschino dei clienti». Il premier britannico David Cameron annuncia un’inchiesta. Questa volta non è questione di «finanza ombra», perché le regole ci sono e i regolatori hanno chiuso gli occhi.

Anche in Italia il mondo bancario è sotto schiaffo. Corrado Passera viene indagato (atto dovuto, ha sottolineato il procuratore di Biella) per operazioni della Biverbanca, all’epoca controllata dalla Banca Intesa di cui era amministratore delegato. L’Unicredit torna a rischio scalata ed entrano nel capitale gli oligarchi con Mikhail Fridman, padrone dell’Alfa Bank, numero uno in Russia, e il fondo Pamplona di Alexander Knaster. Mentre il Monte dei Paschi deve ricorrere a 3,5 miliardi di euro in Tremonti bond ed espelle 4.600 dipendenti.

I sindacati sono sul piede di guerra. «La situazione è inaccettabile» tuona Lando Sileoni, segretario della Fabi (Federazione autonoma bancari italiani), alla quale sono iscritti 100 mila lavoratori. Lunedì 2 luglio hanno scioperato i dipendenti dell’Intesa contro i tagli al personale, si prepara una fermata in Unicredit sul premio aziendale, mentre lo scontro al Montepaschi è durissimo e si sente rumor di tribunali. La Fabi come la Fiom, Rocca Salimbeni (quartier generale di Mps a Siena) come Pomigliano d’Arco, «Profumo come Marchionne», un’accusa che ha fatto andare in bestia il presidente.

«Se consideriamo la banca un’industria alla stregua delle altre» è la tesi di Antonietti «scopriamo che i costi sono troppo alti, i ricavi troppo bassi, la produttività insufficiente». E non solo in Italia. Il Global financial stability report del Fondo monetario internazionale pubblica uno specchietto allarmante: tutte le grandi aziende creditizie europee prevedono una riduzione delle loro attività, non solo nel Continente ma in America e persino in Asia (è il caso di Deutsche Bank, Royal Bank of Scotland, Crédit Agricole, Bnp).

Secondo il settimanale britannico The Economist, dopo il decennio della sbornia finanziaria assistiamo a una rinascita della banca al dettaglio. Non si tratta, però, di un ritorno all’antico. Perché nel frattempo sono cambiati i bisogni e si è trasformata la clientela, esprimendo esigenze sempre più differenziate. L’Intesa, per esempio, ha aperto una filiale per i giovani che diventa anche luogo di intrattenimento. La depressione del mercato immobiliare richiede che la banca non si limiti a erogare il mutuo, ma aiuti a trovare la casa. Gli immigrati hanno bisogni diversi da quelli degli anziani.

Intanto le funzioni tradizionali, come per esempio i pagamenti, vengono insidiate da rivali inaspettati: Carrefour, Walmart, o le Coop, tanto per fare esempi nella grande distribuzione, quella che intermedia ogni giorno la maggior parte del denaro liquido. Tutti offrono la loro carta di credito e ci si aspetta che il prossimo sia un operatore come la Apple, che possiede una delle più ampie e solide piattaforme digitali, oltre a un canale di vendita ben rodato.

Questa crisi nella crisi ha un impatto sociale pesante. In Italia si stima che tra i 300 mila bancari almeno il 20 per cento lascerà il proprio impiego. Anche se, finora, il processo di concentrazione non ha ridotto gli sportelli, al contrario: a differenza da quel che è accaduto in Francia o Germania, sono aumentati da 46 a 48 mila tra il 2006 e il 2010. La svedese Nordea soddisfa la stessa platea di clienti con 1.000 filiali, l’Intesa Sanpaolo con 4.500.

La rivoluzione industriale nelle banche avrà un impatto sconvolgente. Non abbiamo ancora visto niente, avverte Gionata Tedeschi, senior advisor della Accenture per innovazione e digital marketing. Il conto online finora viene usato in Italia, per controllare i movimenti e ordinare bonifici, da 20 milioni di persone, oltre il 50 per cento della clientela. Lo smartphone e il tablet offrono funzioni a distanza, in teoria anche per ottenere prestiti e mutui. Ma occorre bilanciare le nuove opportunità con le normative sulla sicurezza, la privacy, l’antiriciclaggio. È il compito dell’Agenda digitale, un progetto, spiegano all’Abi, la Confindustria delle banche, che coinvolge molti soggetti, tra i quali la pubblica amministrazione, che potrebbe fare da catalizzatore e da traino. La moneta circolerebbe più rapidamente, fornendo anche un contributo alla crescita.

Un altro esempio? Le imprese commerciali possono trarre un grande beneficio dalla nascita di una piattaforma unica e integrata per le transazioni di import ed export. A Singapore tutti possono usufruire di un unico punto di accesso, con una grande semplificazione e un aumento di competitività del porto asiatico.

«Ci sarà sempre bisogno di una relazione personale» avvertono gli esperti dell’Abi; ma nulla vieta che passi per iPad, rilancia Tedeschi, il quale vede davanti a sé un pullulare di filiali virtuali su Facebook. Fantabanca? Tutt’altro. In Nuova Zelanda è già realtà, la Asb è attiva sul social network. Anche in Italia alcune aziende hanno creato gruppi di utenti che interagiscono su Facebook. È una riserva di caccia molto vasta con i suoi 20 milioni di iscritti, ma è anche uno strumento per interagire in tempo reale con i clienti.

Se da un lato le meraviglie della tecnologia possono ridurre al minimo le rogne, garantire sicurezza e trasparenza, dall’altro la catena di malefatte venuta alla luce in questi anni sembra giustificare l’immagine più vieta del banchiere alla George Grosz, con la tuba e un sigarone fra le dita grassocce. Se non vuole finire sulla gogna, deve reinventare il proprio mestiere. Come? Sono scomparsi i Raffaele Mattioli che riconoscevano un affare a naso. O i sacerdoti dell’alta finanza alla Enrico Cuccia. Mentre i manager che vengono dalla McKinsey o dalle scuole di business non hanno certo portato i frutti sperati.

Il bancario vive anch’esso la propria crisi d’identità. Ma paradossalmente i cambiamenti sono più rapidi alla base che al vertice della piramide. Con una accelerazione talvolta spiazzante. L’Abi ha svolto una indagine e ha scoperto che un lavoratore possiede 1,2 computer personali, quindi è ampiamente alfabetizzato e potenzialmente pronto alla riconversione. «La banca diventa multimediale e multifunzionale» dice Antonietti «genera traffico e vive sulle adiacenze».

Cosa vuole dire? Prendiamo la Rinascente di piazza del Duomo a Milano. La gente ci va per passare un’ora di pausa, magari per mangiare. Poi esce sempre con qualcosa, anche piccola. Il supermarket finanziario, paradigma ideale prima della crisi, diventa così uno spazio pieno di boutique, anche perché si assoceranno i produttori di altri beni e servizi. E la dottoressa B.G.? «Ho studiato tante cose che non mi servono più» ammette. Poi sospira: «Ma posso ricominciare. Domani è un altro giorno». Rossella O’Hara fa sempre scuola.

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