Tasse

Iva, ecco perché da ottobre scatterà l’aumento

Il governo, sotto i richiami anche dell’Europa, ha deciso di impegnare le risorse per diminuire il costo del lavoro

Olli Rehn, Commissario europeo agli Affari economici (Credits: Imagoeconomica)

Ormai sembra sicuro, anche se mancano ancora le certezze ufficiali: dal primo ottobre l’aliquota principale dell’Iva passerà dall’attuale 21% al 22%. Un aumento che da mesi il governo sta cercando in tutti i modi di evitare, ma che a questo punto appare inesorabile. E le ragioni di questa resa sono duplici. Innanzitutto, forse neanche tanto casualmente, la visita che in questi giorni il commissario europeo agli Affari economici Olli Rehn ha fatto al nostro Paese ha riportato all’attenzione le preoccupazioni che a Bruxelles nutrono sullo stato di salute dei nostri conti pubblici.

IVA, UN RIALZO COMUNQUE INEVITABILE

A livello comunitario è stato infatti poco apprezzata la cancellazione dell’Imu sulla prima casa, perché avrebbe sbilanciato la pressione fiscale del nostro Paese verso il lavoro piuttosto che verso la rendita. In questo scenario dunque, l’Italia ha ricevuto l’ennesimo avvertimento a tenere sotto controllo la spesa pubblica e a non sforare il rapporto del 3% tra deficit e Pil, soprattutto in ragione del mostruoso debito pubblico che ci pone in una posizione assolutamente unica rispetto ad altre realtà dell’Unione. In questo clima dunque, per il governo, le scelte di politica finanziaria si sono fatte sempre più strette e più obbligate. Regola numero uno insomma, cercare in tutti i modi di non fare nessun passo più lungo della gamba.

AUMENTO DELL'IVA, LE RAGIONI DEL SI E DEL NO

E allora, davanti alle possibili varianti che si ponevano per investire le risorse disponibili si è dovuto scegliere. E la strada che il presidente Letta sembra aver imboccato è quella di puntare sulla diminuzione del carico fiscale per il lavoro, a discapito proprio del più volte annunciato slittamento dell’aumento dell’Iva. Una scelta questa sollecitata più volte, tra l’altro, da altri attori della vita politica ed economica. Primo fra tutti il presidente della Confindustria Giorgio Squinzi, che aveva chiesto espressamente al premier Enrico Letta di intervenire sul cuneo fiscale. E il governo in questo senso sembra, come accennato, aver voluto proprio spingere verso questa direzione.

E allora, la coperta del bilancio si faceva davvero troppo stretta per trovare il miliardo di euro necessario allo slittamento di altri tre mesi del rialzo dell’Iva. Per non parlare dei quattro miliardi necessari a rendere permanente il blocco dell’aumento anche per tutto il 2014. L’esecutivo ha preferito ridare respiro alle imprese, provando a rilanciare in questo modo anche l’occupazione. Emblematico lo stanziamento di circa 790 milioni di euro per assunzioni agevolate di giovani under 30. Una misura che, secondo le parole del ministro del lavoro Enrico Giovannini potrebbe portare alla creazione di circa 100mila nuovi posti di lavoro. Ma questo è solo uno dei provvedimenti su cui si è lavorato.

IVA AL 22%, ECCO GLI EFFETTI SULLE FAMIGLIE

L’altro, quello più atteso dal mondo industriale, come ricordato da Squinzi, è in gestazione, e riguarda proprio il calo generalizzato della pressione fiscale e previdenziale sugli stipendi.  Quel taglio del cuneo fiscale, appunto, per il quale lo stesso presidente Enrico Letta si era personalmente impegnato. E per il quale sembra ormai certo sarà sacrificata l’Iva. Un sacrificio che però non può essere ancora considerato del tutto sicuro.

Ancora oggi infatti, il capogruppo del Pdl alla Camera Renato Brunetta, tra i più incalliti sostenitori dello stop al rialzo dell’Iva, ha chiesto polemicamente al presidente del Consiglio di escludere ufficialmente che l’aumento ci sarà, anche perché, ha sostenuto l’esponente nel centrodestra, lo stesso Letta lo aveva annunciato nel suo discorso di investitura alla guida del governo. Staremo a vedere dunque se anche questa volta, come accaduto per l’Imu, saranno le logiche politiche a prevalere, oppure se davvero lo stato preoccupante dei nostri conti pubblici porterà a valutazioni diverse. Il tempo ormai stringe.

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